Dott. Giuseppe Piras
Affrontare gli Attacchi di Panico e l'Agorafobia, Roma (RM)

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Attacchi di panico e agorafobia: comprenderli e affrontarli con la terapia cognitivo comportamentale

Articolo pubblicato il 29 Aprile 2012.
L'articolo "Attacchi di panico e agorafobia: comprenderli e affrontarli con la terapia cognitivo comportamentale" tratta di: Agorafobia, Attacchi di Panico e Terapia Cognitivo Comportamentale.

Il panico
Concerti, viaggi in aereo, bus presi al volo, viaggi in metropolitane affollate all’inverosimile, code estenuanti in tangenziale poi il black out: un senso di morte imminente, la sensazione di impazzire, perdere il controllo.
È un fulmine a ciel sereno, è il panico.
Corse al pronto soccorso, accertamenti medici e quelle rassicurazioni che scacciano i fantasmi solo per qualche ora, qualche giorno.
La vita passata di chi soffre di attacchi di panico contraddice delle volte il senso di prigionia che governa l'attualità esistenziale di chi ne è affetto: «Ero un tipo che si spostava ovunque in città», «Amavo guidare da solo», «Ho viaggiato una vita in aereo», «Mi piaceva leggere in metropolitana», «Amavo fare lunghe nuotate». Sono solo alcune delle affermazioni di chi soffre di panico e butta uno sguardo sulle proprie abitudini prima della catastrofe, prima che lui arrivasse a governarne la vita, imprigionandola.

Vertigini, sbandamenti, forte sudorazione, cuore in gola, improvviso calore al volto, gambe che tremano fin quasi a farci cadere, ma soprattutto quella certezza di avere la morte dietro le spalle, di non aver via d'uscita, di essere sul punto di perdere il controllo e impazzire. In macchina mentre guidiamo, come tutti i giorni; in piscina mentre nuotiamo, come tutte le volte; al concerto del nostro gruppo musicale preferito, come altre volte avevamo fatto; mentre facciamo la spesa, come sempre. Sono solo alcuni dei luoghi in cui l'attacco di panico ci colpisce in contropiede, a freddo, senza lasciarci diritto di replica.
Viene scavato un solco tra un prima e un dopo, tra la serenità e l’ansia che ci accompagna da qui in avanti.

Fisiologicamente, molti di noi sono soggetti a episodi assimilabili a un attacco di panico e solo alcuni convergono verso un disturbo vero e proprio. Ciò accade a seguito delle pressioni che l’ambiente - sempre più frenetico - esercita sul nostro apparato mente-corpo.
Cosa accade però in quelle persone che iniziano a cronicizzare e dunque a rivivere nuovi episodi di panico oppure a quelle che, pur avendone avuto solo uno, vivono nel perenne terrore che possa ritornare?
Per rispondere a questo interrogativo è opportuno analizzare diversi aspetti che ci permettano di individuare e comprendere i cosiddetti fattori di mantenimento dell'ansia agorafobica.

Agorafobia. Si parla di Agorafobia proprio perché nella persona che cronicizza spesso si sviluppa, insieme agli attacchi acuti d’ansia, un timore costante di sentirsi male, di impazzire in luoghi o contesti da cui sia poi difficile scappare per porsi al sicuro. L'aspetto agorafobico ci dice tanto sull'effetto di questo fulmine sulle nostre relazioni.
A seguito dei primi episodi d'ansia, vi è infatti un acuirsi dei timori che "il mostro possa tornare" e ciò predispone la persona a uno stato di ipervigilanza specie sui segnali che il proprio corpo rimanda.
Essi vengono usati come semafori verdi o rossi a seconda dell'interpretazione che gli diamo: un cuore che sussulta è un semaforo rosso, una leggera vertigine anche. Da lì a poco si andrà a caccia continua di semafori rossi e ci si dimenticherà di quelli verdi.

Il “mantenimento” dell'ansia

Questo meccanismo non fa altro che acuire lo stato di tensione corporea sensibilizzandoci oltremodo e trasformando progressivamente i semafori arancioni in rossi. I semafori verdi compaiono soltanto quando siamo in compagnia di persone che reputiamo capaci di saperci stare vicino durante un eventuale attacco: fidanzati, genitori, amici, assumono presto un ruolo cruciale per permetterci di andare avanti, di sopravvivere - più che di vivere - poiché di vita in questo perenne stato di tensione ve n'è ben poca.

Tutto il nostro apparato psichico si predispone a protezione di eventuali nuovi attacchi e sottoponiamo a continua scansione il nostro corpo a caccia di segnali da "semaforo rosso".
Anche tenere vicino a noi i nostri cari e ridurre tutti quelle abitudini che ora vediamo come minacciose compongono le barricate a nostra difesa. Come spesso accade però è proprio nella soluzione al problema che esso si annida.

Tali strategie, per quanto efficaci in prima battuta si mostrano limitate nel lungo periodo.
Le nostre relazioni si trasformano da paritarie ad accudenti, una sorta di baby sitting letale per i nostri rapporti e affossante la nostra autostima.
Se è vero che avere persone così premurose nei nostri confronti ci rassicura è anche vero che in questo frangente esse svolgono un ruolo di costante accudimento col rischio che quel rapporto si cristallizzi in questa modalità di perenne “bisogno”. Si crea tanta vicinanza fisica ma anche molta distanza emotiva poiché alla lunga il ruolo del badante e del badato iniziano stare stretti a chi li ricopre.

Iniziano così le insofferenze, i tentativi di spronarti a superare questo momento, a guidare come prima, a uscire da solo, etc.
Ci incoraggiano prima, ci rinfacciano la nostra debolezza dopo, ci accusano di dare troppo retta alle nostre fantasie o di pensare a chi ha veri problemi; ci dicono che stiamo esagerando e che "adesso basta!". In breve tempo abbiamo al nostro fianco persone che nella loro vicinanza ci sembrano distanti, severe, ciniche.

La nostra autostima a quel punto avrà fatto "armi e bagagli" poiché ci rendiamo conto che razionalmente le osservazioni che gli altri ci fanno sono valide, le critiche che noi stessi ci facciamo lo sono ma ciò non smuove la paura, anch'essa molto vera!

Il rischio è che gli si affianchi una nuova compagna: "la depressione".
Nel tempo le nostre sfere lavorative, sociali, relazionali, si atrofizzano, si inaridiscono risentendo del continuo “agire in funzione della paura”.
Il solco tra la nostra vita “prima e dopo” si allarga ulteriormente.
A dispetto di questo quadro dalle tinte decisamente fosche, dal panico e dalla agorafobia se ne può uscire! Se ne deve uscire, per rispetto di noi stessi e dei nostri sogni abbandonati dentro a un cassetto chiuso a chiave!

Comprendere, accettare, risolvere

Per iniziare, possiamo cercare comprendere meglio cosa sia il panico su un piano psicologico: per quanto assurdo possa sembrare, esso può divenire un prezioso alleato! Un burbero maggiordomo che - non trovando altre parole per farsi ascoltare - decide di usare le maniere forti: la paura e l'ansia!
Nel tempo esse sono state degradate al ruolo di mero sintomo da scacciare, sono state vituperate da una società più che mai competitiva che ammette solo coraggio e sicurezza in sé stessi. Si sono dunque demonizzate dimenticando invece il prezioso ruolo di segnalatori che rivestono.

La nostra salute come il nostro star male è figlia delle buone o cattive abitudini psicologiche. Queste ultime si improntano spesso all'evitamento assoluto di stati di paura o ansia: ad esempio l'ansia in coda alla cassa del supermercato o quella all'idea di varcare la porta di casa. Già l'idea!!! Spesso ci basta solo immaginare cosa potrebbe accaderci stando in un certo posto o affrontare una certa situazione che andiamo in ansia ed evitiamo accuratamente di esporci al rischio che essa possa divenire panico! Bene, secondo i principi del modello cognitivo-comportamentale, modello che offre ottime probabilità di remissione del panico, sono proprio i nostri pensieri insieme alle scelte da essi condizionate a mantenere ed esasperare il nostro malessere emotivo.

In che modo accadrebbe ciò?
Vi è stretta circolarità tra ciò che pensiamo in una data situazione, il come ci sentiamo emotivamente, il come reagisce il nostro corpo e dunque il fare o non fare una certa azione. Tale circolarità nel caso del panico assume le caratteristiche viziose che portano al punto di non ritorno.

Per rompere questo meccanismo è necessario intervenire su uno degli elementi che compongono questa circolarità: ad esempio imparare una tecnica di rilassamento piuttosto che lo yoga ci permette di lavorare sull'aspetto di vigilanza nervosa e tensione muscolare. Identificare i pensieri innescanti il panico e disinnescarli attraverso tecniche cognitive specifiche consente di ridimensionare il vissuto emotivo di allerta.
Comprendere l'importanza di alcuni meccanismi comportamentali consente la rottura dei fattori di mantenimento del panico e una progressiva riconquista dell'autonomia e autostima. In tal senso cosa può offrire la terapia cognitivo comportamentale a una persona che si trovi in scacco delle proprie paure?
Sicuramente non bacchette magiche!

Il nostro malessere non è figlio di stregonerie, pertanto bacchette o amuleti non serviranno! Piuttosto, si tratterà di intraprendere una strada di stretta collaborazione col proprio Psicoterapeuta, in cui la fiducia e la trasparenza siano presupposti per comprendere cosa è in realtà il disturbo da attacco-panico, quali elementi lo costituiscono, quali lo rendono forte e quali ci consentono di capire che esso non è elemento estraneo a noi, ma di noi fa parte come lecita conseguenza di un certo approcciarsi alla quotidianità.
Si tratterà di costruire mattone dopo mattone la propria serenità imparando innanzitutto a capire i segnali del nostro corpo per comprenderne l'esatta natura senza scambiarli per ciò che non sono (di attacco di panico non si muore!).

Non si tratta di guarire perché di malati non ve ne sono, anzi il panico testimonia la salute del nostro sistema psicofisico in quanto segnalatore ultimo - ma scorbutico - di qualcosa che nella nostra quotidianità non quadra. È disturbata la nostra serenità, le nostre giornate, perturbate le nostre aspirazioni, chiusi a chiave i nostri sogni.
Cercare di comprendere il nostro malessere, imparare a gestirlo e a prevenirlo può significare ritrovare la chiave perduta per riaprire il nostro cassetto!!

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