Dott. Giuseppe Piras
Gesione della Rabbia, Roma (RM)

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Rabbia Esplosiva, come gestirla

Articolo pubblicato il 28 Maggio 2012.
L'articolo "Rabbia Esplosiva, come gestirla" tratta di: Crescita personale e Rabbia.

«Non ci ho visto più», «Per fortuna che c’erano i miei amici a trattenermi», «È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso», «Sferrare un pugno contro il muro mi sembrava l'unica soluzione»: sono solo alcune delle frasi che potremmo aver impiegato per descrivere quella volta in cui la rabbia prese il sopravvento. In coda al semaforo, in fila all'ufficio postale, in gruppo con gli amici, dopo una telefonata o un appuntamento impegnativi, una litigata col proprio partner, coi genitori etc. sono invece solo alcune delle situazioni scatenanti! Un black-out vero e proprio è un pugno scagliato contro qualcuno o qualcosa, una strattonata verso il povero malcapitato, un fiume di parole taglienti che mai avremmo pensato potesse straripare dalla nostra bocca!

Conseguenze fisiche, emotive ma anche relazionali e giuridiche seguono l'esaurirsi dei famosi "cinque minuti!".
Fratture degli arti, slogature, escoriazioni varie possono riguardare il nostro corpo e talvolta quello di chi ha avuto disgrazia di aver avuto a che fare con i nostri di cinque minuti. In tali casi è possibile incappare anche in conseguenze a carattere legale tra denunce o convocazioni in caserma.
Sempre presenti le conseguenze su di un piano emotivo e relazionale.
A freddo riemerge la ragionevolezza che spesso si accompagna a ingombranti sensi di colpa sostenuti da pensieri quali: "Che cosa mi sta accadendo?", "Sono proprio un verme", "Sto rovinando tutto", "... e se la prossima volta ci passa di mezzo qualcuno a me caro?", "... e se mi becco una denuncia?".

Tali vissuti possono portare la persona a isolarsi o a vivere con forte disagio alcuni momenti della propria quotidianità: l'obiettivo in fondo è quello di proteggersi da eventuali recidive, scongiurare danni ancor più seri. Paradossalmente però tali vissuti tengono in uno stato di tensione la persona che li vive, avvicinandola inconsapevolmente a un nuovo possibile episodio da vaso che tracima! Infatti, come spesso accade, nella tentata soluzione può risiedere un nuovo problema.

La rabbia. Per cercare di porre chiarezza al tema in questione è doveroso chiedersi innanzitutto cosa rappresenti la rabbia.
Insieme alla paura e all'ansia, la rabbia è in cima alla classifica delle emozioni che la nostra società reputa indesiderabili. Il nostro background culturale ci ha portato progressivamente a dicotomizzare [Ndr. dividere in due] il campo dei vissuti emotivi in: emozioni giuste ed emozioni sbagliate. Si pensi ai messaggi che continuamente riceviamo inneggianti la perenne felicità, allegria, gioia, etc. e allo stigma che perseguita la rabbia, l'ansia, il timore etc. Va da sé che molti tra noi pagherebbero per poter vivere costantemente le cosiddette emozioni giuste a discapito delle seconde, ma quanto più polarizziamo le nostre aspettative quanto più eliminiamo le famose “vie di mezzo” e “il grigio tra il bianco e il nero”.

La nostra stessa esistenza è fatta però di continui compromessi e variegate tonalità di grigio. Pertanto è inevitabile farci i conti specie per chi tali sfumature non accetta. Di fronte a questa possibile evenienza il nostro corpo non potrà fare altro che reagirvi in una eccezionale testimonianza di salute psicofisica: in conseguenza a una minima delusione comparirà ad esempio la tanto detestata rabbia con conseguente reazione di ulteriore frustrazione: proveremo rabbia per il fatto di provare... rabbia, con buona pace del nostro vaso che continuerà nella sua opera di raccolta "acque rancorose!". Questa osservazione ci restituisce l'importanza di capire cosa sia in realtà la rabbia per apprezzarne maggiormente il valore.

Rabbia come segnalatore. La rabbia, come tutte le emozioni, è fondamentalmente un segnalatore. Si pensi alla gioia; quando la proviamo?
Un amore corrisposto, una promozione a lavoro, un piacevole incontro, una bella serata tra amici; sono tutte situazioni in cui parte dei nostri desideri, delle nostre aspettative, sono stati esauditi, accolti, riconosciuti, rispettati, etc. La gioia ci segnala che tutto ciò è accaduto e noi lo capiamo proprio grazie a essa.
L'ansia compare invece quando c'è qualcosa di importante in bilico, minacciato, messo in discussione. L'ansia ci vuol portare all'attenzione quanto ci sta accadendo. È dunque nemica? Assolutamente no, anzi ci sta soccorrendo ma lo fa con mezzi assolutamente sgradevoli.

Veniamo alla rabbia, quando la proviamo?
Beh, tutte le volte che crediamo di aver subito ingiustizia, che ci sia stato fatto un torto, che abbiamo subito una prevaricazione dei nostri diritti.
Un collega scorretto sul posto di lavoro, un automobilista che non rispetta la precedenza, un fidanzato che non ci ascolta o minimizza quanto gli stiamo confidando, una mancata promozione lavorativa, un contratto d'impiego che non riconosce il nostro contributo, un genitore che non capisce le nostre difficoltà, i nostri punti di vista, etc. La rabbia segue la dolorosa scoperta della violazione di un nostro diritto o la mancata realizzazione di un desiderio o l'impossibilità di superare un ostacolo che si è sovrapposto alla nostra strada.

La rabbia è figlia del dolore e del dolore è testimone.
È ancora inutile o negativa? È semplicemente sgradevole, ma assolve al suo ruolo di segnalatore. Allora cosa accade quando diventa furia?
In linea di massima è possibile credere che accadano due cose.

  1. O l'abbiamo ignorata tante di quelle volte da farla tornare con gli interessi. Si tratta dei famosi bocconi amari rimasti sul groppone che decidono di farsi sentire.
  2. Oppure possiamo pensare di ritenerci portatori di soli diritti e pochi doveri, specie relazionali. In tal caso, nutriamo forti attese verso qualcosa o qualcuno. Aspettative che, nel momento in cui vengono disattese, sfociano in dolore e dunque in rabbia.

Probabilmente, nel primo caso, siamo persone per cui i nostri diritti cedono il passo a quelli altrui. Nel secondo, diamo agli stessi contorni troppo rigidi.
Chi dà la precedenza ai diritti altrui spesso lo fa perché teme che - nel momento in cui ci dovesse essere contrasto e divergenza di opinione - essa potrebbe sfociare in una rottura relazionale, irreparabile o quasi. Pertanto: "Se gli altri non capiscono lo faccio io per loro!", "Rinuncio io che tanto me ne so fare una ragione". Così facendo lo sforzo spetta a noi e la comodità agli altri, i quali a camminare sul tappeto di rose fanno presto ad abituarsi! Ci sorprendiamo intenti a chiederci: "È mai possibile che Tizio non capisca che così mi tratta come uno zerbino?". "È mai possibile che Caio non capisca che sta esagerando", "È mai possibile che la gente si prenda sempre il braccio una volta offerto il dito?". Beh, se è vero che molta gente abbia indole opportunistica e individualista è anche vero che così facendo noi gli abbiamo dato un comodo assist [Ndr. termine inglese, molto usato in ambito sportivo per indicare quando un giocatore fa un'azione che permette a un altro di “segnare”].

Il rischio consiste nello strutturare relazioni e rapporti sociali molto sbilanciati in cui, se è vero che gli altri hanno di noi l'idea della brava persona è anche vero che il nostro vissuto interiore è decisamente agitato. Il nostro corpo ci manderà segnali sempre più pressanti e decisi per ricordarci che stiamo violando noi stessi, la nostra dignità.
Lo farà con l'unico mezzo a sua disposizione: l'emozione di rabbia!

Spesso si sente dire: «... era così calmo e tranquillo, come mai ha sbottato in quella maniera?». Lungi dall'addentrarci in casi dai contorni delittuosi in cui le variabili in campo sono decisamente complesse etc., è possibile ipotizzare che quella persona abbia ribaltato la sua passività, costante e pervasiva, in un moto di aggressività estemporaneo e temporalesco dai principi omeostatici [Ndr. del mantenimento dell'equilibrio]. Ecco allora che si è particolarmente inibiti laddove ci si sente più a rischio isolamento, umiliazione, derisione etc., e più aggressivi con chi ci fa sentire maggiormente tranquilli: ignari genitori, sorelle, partner, etc.

Questo equilibrio perverso potrebbe mantenere inalterato il circuito dell’esplosività rancorosa con buona pace della serenità personale e relazionale. In altri casi si vivono i propri diritti come dogmi e le proprie preferenze come diritti in un irrigidimento che se violato porta all'irritazione e alla rabbia. «Ma come si permette?», «Ma con chi crede di aver a che fare?», «Questi impiegati sono proprio lenti, io ho fretta!», «Sono tutti incapaci di guidare», «Perché il mio fidanzato non mi capisce subito?» etc.
In questo caso i paletti vanno posti a noi stessi, al nostro apparato cognitivo [Ndr. modo di percepire e ragionare che guida il comportamento], analizzando in quali circostanze ci irrigidiamo e come mai, cercando di coglierne e scremarne le esagerazioni e i fraintendimenti: un lavoro puramente cognitivo.

Strategie. Delle volte, adottare strategie comportamentali o relazionali ad hoc può essere altrettanto utile: dal training sulle abilità comunicative a veri e propri strumenti di prevenzione o fronteggiamento - il famoso "conta fino a dieci prima di parlare" - o le passeggiate sbollentanti.
Anche imparare tecniche di rilassamento o praticare attività sportive aiuta ad acquietare e scaricare le fisiologiche frustrazioni quotidiane, impedendo al vaso di tracimare e travolgere le persone a noi care, dei poveri malcapitati, noi stessi!

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