Di cosa ho fame? Come svelare i complessi legami fra cibo e psiche

Articolo pubblicato il 3 Maggio 2011.
L'articolo "Di cosa ho fame? Come svelare i complessi legami fra cibo e psiche" tratta di: Disturbi Alimentari.
Articolo scritto dal Centro Studi di Psicologia Applicata Pisa.

Dei pellegrini che andarono a visitare un saggio Zen quasi centenario, il quale dimostrava non più di cinquant'anni, chiesero: «Qual è il segreto per mantenerti così giovane e in forma?» lui ripose: «Mangio quando ho fame e dormo quando ho sonno». Con questa breve risposta lo Zen voleva dire che era in grado di riconoscere ed assecon­dare i propri stimoli interni.

Spesso l'obeso confonde le emozioni e le sensazioni con la fame. Quindi, mangiare diventa un metodo per soddisfare quasi tutte le proprie esigenze con il risultato di ingrassare e non aver esaudito i propri reali bisogni. Mangiare non significa semplicemente soddisfare la sensazione fisica della fame. Non si mangia solo per placare il brontolio dello stomaco, ma anche per soddisfare l'appetito e le proprie emozioni.

"Di cosa ho fame?": è la semplice domanda da porsi quando siamo tormentati da un eterno languorino.
Ma di che cosa si ha davvero fame? Qual è il vero bisogno?
Quasi nessuno di noi mangia per soddisfare semplicemente la "fame biologica", spesso assumiamo cibo in maniera incontrollata indipendentemente dal senso di fame e da quello di sazietà.

Come dire, mescoliamo emozioni e cibo e usiamo quest'ultimo per far fronte alle emozioni. Può essere complicato guardare le nostre emozioni per quelle che sono (tristezza, paura, contrarietà, delusione, rabbia) e riuscire ad esprimerle, ma non essendo chiari, si rischia di innescare circoli viziosi che aumentano la fame e portano a mangiare di più.
Localizzare le emozioni in una parte del corpo o in un distretto corporeo renderà più facile individuarle facendole affiorare senza che si traducano in chili di troppo. Per riuscire a trovare l'equilibrio alimentare, l'equilibrio comunicativo e quello emotivo è necessario investire del tempo verso se stessi e fermarsi a riflettere.

Dare una possibilità a se stessi di potersi modificare e migliorare è già il primo passo. Pertanto il lavoro psicoterapico consiste nel riconoscere i pensieri, le emozioni, le tensioni e le abitudini disfunzionali e codificarle nella maniera giusta. Si inizia con l'imparare a distinguere le sensazioni principali del proprio corpo, un lavoro mirato sul rendere le persone consapevoli del proprio modo di mangiare: perchè mangio? Quando? Dove? Come?
In quanto tempo? Come mi sento e cosa penso?

L'intervento del terapeuta consiste nell'aiutare il soggetto a riconoscere le proprie modalità disadattive di far fronte a certe situazioni attraverso il cibo, ad individuare le proprie convinzioni irrazionali e le emozioni che esse scatenano. Le persone devono imparare quando hanno veramente fame e quando invece sono altre emozioni e sensazioni che devono essere soddisfatte, come faceva appunto il saggio Zen.

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