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Articolo di psicologia: «Disturbi alimentari: aiuto ai genitori»

Prendersi cura di una persona con un disturbo alimentare

Articolo pubblicato il 15 Ottobre 2014.
L'articolo "Prendersi cura di una persona con un disturbo alimentare" tratta di: Disturbi Alimentari e Difficoltà nell'Educazione dei Figli.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Annalisa Poiana Mosolo.

I disturbi alimentari inviano un potente segnale di malessere e sofferenza al mondo circostante.
Vivere con un familiare affetto da anoressia o bulimia costituisce una sfida enorme per i genitori, che rischia di prosciugare le risorse di adattamento di una famiglia e le capacità di farvi fronte.

Incomprensione, paura, rabbia e senso di impotenza sono i vissuti più comuni di chi convive quotidianamente con queste problematiche.
Il pregiudizio secondo cui i familiari sarebbero i responsabili diretti della malattia, all'interno di un sistema di relazioni patologico, è ormai superato.

La famiglia è attualmente ritenuta una risorsa indispensabile del percorso terapeutico, da sostenere, coinvolgere e incoraggiare.
I sintomi con cui si manifestano questi disturbi hanno infatti un grosso impatto non solo sulla persona che ne è affetta, ma anche su tutti coloro che la circondano prendendosene cura.

Falsi miti da sfatare

Alcune tra le credenze più diffuse sui disturbi alimentari rappresentano dei falsi miti da sfatare, in quanto contribuirebbero esclusivamente a incrementare il senso di colpa, la rabbia, il rimorso e la frustrazione dei genitori. È necessario infatti sottolineare che c'è tuttora una grande incertezza sulle cause di questi disturbi, di cui non è possibile individuare un'origine certa.

Sebbene il disagio si manifesti sotto forma di un rapporto problematico con il cibo e con il proprio corpo, gli esperti del settore sono concordi nell'affermare che i sintomi più evidenti rappresentano solo la punta dell'iceberg di una problematica che sta molto più in profondità. È pertanto impossibile trovare una spiegazione razionale che ne giustifichi la comparsa.

Il disturbo alimentare NON è...
Contrariamente a quello che comunemente si pensa, il disturbo non è:

  • un problema che si può decidere di avere o non avere
  • una forma di punizione nei confronti dei propri genitori
  • un semplice capriccio per attirare l'attenzione su di sé o per trasgredire
  • una fase di passaggio naturale dell'adolescenza
  • un problema causato da una relazione patologica con i propri genitori
  • una semplice questione di alimentazione o di non accettazione del proprio aspetto

Durante il periodo di malattia, è come se la persona si trovasse all'interno di un tunnel dal quale non riesce a scorgere la via d'uscita.

I familiari hanno pertanto bisogno di essere sostenuti e incoraggiati a comprendere i sintomi con cui si manifesta il disturbo e a relazionarsi con il figlio in maniera calma e coerente.
Le loro reazioni possono infatti attenuare l'impatto che questi problemi hanno non solo sulla persona che li manifesta, ma sull'intero sistema familiare.

Tentativi di soluzione disfunzionali

Spesso alcuni modi di reagire, messi in atto spontaneamente e in buona fede, risultano essere disfunzionali e controproducenti.
Alcuni genitori si sentono ad esempio troppo coinvolti nel problema e tendono ad avere un comportamento iperprotettivo e accomodante; altri vorrebbero assumere il controllo della situazione cercando di convincere il figlio ad abbandonare i comportamenti problematici.

Eccessivo coinvolgimento, eccessivo controllo.
Entrambi rappresentano dei tentativi di soluzione disfunzionali: un eccessivo coinvolgimento del genitore non permette al figlio di assumersi la responsabilità dei propri problemi; al contrario, imponendo un eccessivo controllo, c'è il rischio di ottenere una maggiore resistenza.
Il genitore dovrebbe rappresentare una guida che accompagna il figlio a cambiare spingendolo quanto basta verso una condizione di sicurezza.
Spesso però è la componente emotiva quella più difficile da controllare.

Sensi di colpa ed emotività.
Per proteggersi da ciò che non sa come affrontare, il genitore corre il rischio di ignorare completamente il problema, come se allontanandosene non esistesse più. Al contrario, i forti sensi di colpa rischierebbero di farlo sentire il diretto responsabile della vita e della felicità del figlio. Troppa emotività o troppo poca rischiano anche in questo caso di non essere d'aiuto.

È pertanto necessario che i genitori siano guidati da un professionista esperto a riconoscere quali reazioni possono costituire delle forme di mantenimento della malattia e individuare delle modalità comunicative e relazionali più efficaci, al fine di sostenere e favorire rapidamente il cambiamento.

"Se la persona che manifesta il problema
è la sola a poter cambiare,
non può cambiare da sola"
.

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