Forme gravi di Disturbi Alimentari e Autolesionismo

Articolo pubblicato il 12 Gennaio 2015.
L'articolo "Forme gravi di Disturbi Alimentari e Autolesionismo" tratta di: Disturbi Alimentari.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Serena Vallana.

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono di sempre maggior interesse per la loro estrema diffusione, soprattutto tra le giovani donne, ma sempre più anche tra i maschi.
Gli studi su tali disturbi rendono evidente come non si tratti di "mode", né tanto meno "capricci", come troppo spesso vengono etichettati.

I Disturbi Alimentari si manifestano in forme diverse - anoressia, bulimia, binge eating disorder ecc. - e a diversi livelli di gravità.
Tratteremo qui di manifestazioni gravi, che spesso si accompagnano a un'ulteriore manifestazione patologica: l'autolesionismo (sotto forma di tagli, ferite, bruciature...). Anche se si tratta di un aspetto controverso, gli stessi disturbi alimentari possono essere interpretati come una forma di autolesionismo indiretto (Pani, Ferrarese, 2007).

La relazione tra questi due tipi di comportamenti è molto complessa, ma si evidenzia come il fulcro dei disturbi sia il corpo, che diventa luogo in cui vengono proiettati l'insoddisfazione e il senso di colpa e che diventa quindi il bersaglio su cui accanirsi. Inoltre, numerose ricerche indicano come vi sia una comune origine traumatica.

Non affronteremo, in questa sede, il complicato meccanismo attraverso cui il trauma (fisico, sessuale, la violenza assistita, ma anche il non essere riconosciuti come persone) agisce sulla mente della persona e ne influenza lo sviluppo. Tratteremo invece del fatto che i disturbi alimentari e l'autolesionismo hanno particolari significati in questi casi.

Un aspetto importante, per tutti i tipi di psicopatologie, consiste nel fatto che il manifestarsi dei sintomi ha un senso e un significato che, anche se in modo paradossale, aiuta la persona a sopravvivere.
Tuttavia, tale senso nel corso del tempo si perde, provocando solo un profondo dolore e disagio di cui è necessario occuparsi.

Significati e motivazioni profonde

Alcuni dei significati e delle motivazioni profonde che sono stati riscontrati nei casi in cui si intrecciano disturbi alimentari e comportamenti autolesionistici sono i seguenti:

Ripetere il trauma.
La ripetizione dell'esperienza traumatica, definita anche coazione a ripetere, rappresenta il tentativo di ricreare le circostanze in cui ci si è sentiti impotenti, per avere la possibilità di padroneggiarle psicologicamente (Mc Williams, 1999).

I disturbi dell'alimentazione e l'autolesionismo rappresentano in queste pazienti il tentativo di far fronte all'esperienza terrorizzante che si è inscritta nel corpo.
Chi è sopravvissuto a un abuso è stato posto in una situazione di debolezza, che non poteva in alcun modo fronteggiare e che può solo riattualizzare inconsapevolmente per diventare - in modo in realtà non adattivo - padrone della situazione e del suo corpo (Pani, Ferrarese, 2007).

Fuggire dalla consapevolezza.
Diversi autori ritengono che comportamenti come abbuffarsi e vomitare (Everill et al., 1994; Heatherton, Baumeister, 1991), oppure tagliarsi (Van der Kolk, 1991), rappresentino una fuga dalla consapevolezza.
Nel momento in cui una parte ferita emerge - con il rischio di far affiorare memorie traumatiche con il carico emotivo a esse collegate - la strategia utilizzata per evitare esperienze dolorose consiste nel restringere l'attenzione a uno stimolo concreto e immediato.

Regolare le emozioni.
Le emozioni provate dalle pazienti con disturbi alimentari e autolesioniste (Johnson, Larson, 1982) oscillano tra la depressione e l'ansia.
Altri sentimenti frequenti sono di noia e inutilità, accompagnati dalla sensazione di vuoto interiore. Sovente le pazienti provano anche un senso di irritazione che può trasformarsi in rabbia.

I diversi comportamenti utilizzati dalle pazienti possono essere considerati una vera e propria forma di auto-medicazione come se, paradossalmente, prendersi cura di se stesse assumesse la forma di farsi del male.

I meccanismi alla base dei disturbi dell'alimentazione e dell'autolesionismo, in questo caso, possono essere paragonati alle dipendenze da droghe, utilizzate come mezzo di autoregolazione per raggiungere uno stato emotivo tollerabile.

Concretizzare il dolore.
Il dolore provocato dal ferirsi sulla pelle, ma anche dai dolori addominali e gastrici provocati dall'abbuffata bulimica o la sensazione fisica di perdita delle forze dovuta alla denutrizione o all'eccessivo ricorso a mezzi di compenso - come i lassativi e il movimento fisico incessante - possono essere ricercati per trasformare il dolore psichico ingestibile in dolore fisico-corporeo più tollerabile.

In modo paradossale la distruzione di sé è messa in atto come un mezzo per sentirsi vivi e reali invece che inesistenti e privi di sensibilità (Mc Williams, 1999). Inoltre c'è la necessità di tentare di ristabilire un collegamento tra il proprio corpo e la propria mente e viversi come identità unitaria. Le persone che si feriscono affermano, infatti, che preferiscono sentire dolore piuttosto che non sentire niente (Farber, 1997; Vanderlinden, Vandereycken, 1998).

Comunicare.
La comunicazione può riguardare diverse tematiche importanti per i pazienti. In primo luogo può derivare dalla necessità di condividere la propria sofferenza.

I pazienti che hanno subito un abuso, molto spesso non hanno mai avuto la possibilità di essere ascoltati o creduti da qualcuno.
La parte di memoria che contiene il trauma continua tuttavia ad agire e a far agire la persona per far sì che venga considerata e compresa. Si può così manifestare con le ferite sulla pelle, segni che per quanto sovente nascosti sono presenti e attendono di essere visti.

Le ferite autoinflitte altre volte sono praticate su parti del corpo particolari, per esempio sulle parti più odiate nei disturbi dell'alimentazione perché viste come grasse e deformi, quelle di cui ci si vergogna e si vorrebbe modificare. Altre volte addirittura i tagli e le bruciature sono incise su superfici del corpo visibili, come il collo o che hanno anche un valore relazionale, come le mani (Monti Rossi, D'Agostino, 2009).

Quanto qui esposto non esaurisce i possibili significati di fondo, spesso inconsapevoli, nascosti sotto i disturbi alimentari e l'autolesionismo. Ciascuno ha, oltre a questi meccanismi più frequenti, altre profonde motivazioni personali.

Ciò che mi pare importante sottolineare è che tali sintomatologie non vanno viste come qualcosa da "eliminare" perché brutte, fastidiose, non accettabile, ma anzi è indispensabile capire che cosa accade nella mente e nel corpo del paziente per poterlo aiutare.

Ritengo, inoltre, che per i pazienti stessi sia vitale sapere che non agiscono in modo "folle", ma che in qualche modo si tratta di un modo per difendersi da un enorme dolore.

Bibliografia
  • Everill J., Waller G., Macdonald W., Dissociation in Bulimic and Non-Eating-Disordered Women, "International Journal of Eating Disorders", 17(2), 127-134, 1994
  • Farber S., Self-medication, traumatic reenactment, and somatic expression in bulimic and self-mutilating behavior, "Clinical Social Work Journal", 25(1), 87-106, 1997
  • Heatherton T., Baumeister R.F., Binge Eating as Escape From Self-Awareness, "Psychological Bulletin", 10(1), 86-108, 1991
  • Johnson C., Larson R., Bulimia: An Analysis of Mood and Behavior, "Psychosomatic Medicine", 44(4), 341-351, 1982
  • Mc Williams N. (1994), Psychoanalytic Diagnosis. Understanding Personality Structure in the Clinical Process, trad. it. "La diagnosi psicanalitica", Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma, 1999
  • Monti Rossi M., D'Agostino A., "L'autolesionismo", Carocci Editore, Roma, 2009
  • Pani R., Ferrarese R., "Il sé insipido degli adolescenti", Clueb, Bologna, 2007
  • Van der Kolk B., Perry J., Herman J., Childhood origins of self-destructive behavior, "American Journal of Psychiatry", 148, 1665-1671, 1991
  • Vanderlinden J., Vandereycken W., "Le origini traumatiche dei disturbi alimentari", Astrolabio, Roma, 1998

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