Dott.ssa Graziella Bertelli
La comunicazione consolatoria e di rassicurazione, Empoli (FI)

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"Ti vogliamo bene lo stesso...": quanto è difficile consolare e rassicurare qualcuno che sta male

Articolo pubblicato il 17 Maggio 2010.
L'articolo ""Ti vogliamo bene lo stesso...": quanto è difficile consolare e rassicurare qualcuno che sta male" tratta di: Difficoltà nell'Educazione dei Figli e Tipi di terapia.

Quando qualcuno sta male psicologicamente per qualsiasi motivo, è naturale che le persone intorno a lui (genitori, familiari, amici, insegnanti) cerchino di aiutarlo. Chiunque può facilmente comprendere che di fronte ad un figlio giù di morale e deluso i genitori cerchino parole che lo possano consolare; di fronte a un bambino spaventato è ovvio che cerchino parole rassicuranti.

Nella vita quotidiana situazioni di sofferenza psicologica (una delusione, uno stato di ansia, pessimismo, preoccupazioni) sono spesso transitorie e le parole di chi ci sta vicino sono utili e alleviano le pene morali: esse servono a questo. Si pensi a una ragazza giovanissima che piange per la prima delusione amorosa e si sfoga con la madre, ricevendo parole di conforto, consigli, calore, empatia, forse un po' di piacevole ironia.
Tutto va a posto con un po' di tempo e pazienza. Oppure si pensi ad un bambino che ha visto alla televisione qualcosa che lo ha preoccupato e abbia problemi ad andare a dormire. È probabile che la vicinanza dei genitori e la serenità dell’ambiente in cui vive rendano il problema transitorio.

Situazioni di questo tipo arrivano raramente nella stanza di uno psicologo, fanno parte del quotidiano di ognuno di noi e si risolvono attraverso le strategie del buon senso, l'affetto e la pazienza.
Ma in alcuni casi - specialmente se il problema di essere addolorati, depressi, sfiduciati, impauriti è persistente - i tentativi di rassicurazione possono fallire e diventare controproducenti, ottenendo alla lunga l'effetto opposto a quello che familiari, parenti, amici cercavano di ottenere. È possibile che a un certo punto le persone vicine a chi soffre si rendano conto di non riuscire più a trovare le parole giuste per aiutare il loro familiare e chiedano consiglio sulle cose da dire, anche quando la persona segue un percorso psicoterapeutico individuale: «Dottoressa, si sbaglia a dire così? Come ci dobbiamo comportare noi? Come si fa ad aiutarlo quando fa così? Lo sa, non sappiamo più come fare...».

In effetti, anche i tentativi di consolazione o rassicurazione sortiscono, per vari motivi, effetti indesiderati proprio nella persona per la quale si voleva ottenere un effetto benefico. Non è facile capire come sia possibile che il tentativo di rassicurare e consolare possa portare al risultato opposto, cioè come possa aumentare l'ansia, la sfiducia, la preoccupazione, la delusione.
Gli esempi che seguono sono tratti dalla mia personale esperienza e dalla letteratura; possono essere forse un po' grossolani, ma possono aiutare, anche a livello intuitivo, a "sentire" le ambivalenze che si possono annidare nella comunicazione fra la persona che sta male e coloro che cercano di aiutarla.

Immaginiamo un ragazzo giovane, ansioso, insicuro, che si sente addosso le aspettative dei genitori, che vorrebbe riuscire in qualcosa...
Arriva all'esame di maturità e non ce la fa. Questa cosa può turbare molto la sua serenità e magari comincia a vedere la sua vita come una serie di fallimenti, si sente incapace, è deluso di sé.
Piange, si deprime, si chiude in se stesso, non ha più voglia di fare e di reagire. La sua reazione personale è molto forte e, specialmente se va incontro a qualche altra delusione, può perdurare nel tempo e condurre a una situazione difficile. I genitori, di fronte a una reazione così evidente, cercheranno di consolare il ragazzo deluso.
Può capitare che i familiari vogliano far capire al loro congiunto che il fallimento all'esame non intacca l'affetto e la stima che hanno per lui, in modo da farlo sentire circondato da persone che lo amano.

Una frase che ho sentito molto spesso in situazioni simili, riferita proprio da familiari venuti a colloquio, è: «Non ti preoccupare, noi ti vogliamo bene lo stesso». Si può forse cercare di intuire come questo ipotetico ragazzo - in un momento in cui legge tutti gli eventi della sua vita in chiave negativa, in cui vede solo le sue debolezze e non le sue qualità - percepisca anche questa frase a partire dal fondo, da quel "... lo stesso" che gli va a ricordare proprio il suo fallimento; in questo modo anche una frase detta per consolare e rassicurare va a finire in un circolo vizioso di pensieri negativi, tutti centrati su ciò che al ragazzo sembra sbagliato nella sua vita e nella sua persona. Il significato principale della frase, che è un messaggio di rassicurante vicinanza emotiva, passa in secondo piano.
Non è la frase in sé che veicola messaggi negativi, ma il modo in cui il ragazzo percepisce e reagisce a tutto ciò che è parte della sua vita.

Un altro esempio può riguardare le ansie dei bambini, che sono spesso malesseri dal contenuto un po' vago: paura del buio, del nulla, dell'abbandono, del non si sa che. Spesso il bambino non le esprime a parole, perché non lo sa fare: è più probabile che le manifesti con comportamenti vari, come ad esempio un attaccamento alla madre un po' "appiccicoso", un problema nel sonno o nell'appetito... Esse fanno parte del quotidiano e sono frequentissime nello sviluppo. È naturale che i genitori cerchino di rassicurare il bambino e fargli passare le paure.

L'esempio che segue è tratto da un vecchissimo libro di puericultura, per altri versi obsoleto e superato, ma che riassume bene in maniera comprensibile una situazione molto comune e che può essere letta secondo un'interpretazione psicologica attuale.
Supponiamo che un bambino ansioso manifesti disagio al momento di separarsi dalla madre o al momento di andare a letto.
La madre potrebbe tentare di rassicurarlo dicendo: «Non ti preoccupare, ho chiuso tutte le porte a chiave». Questo messaggio, secondo il vecchio testo, in maniera del tutto involontaria finisce per trasmettere le ansie della madre al bambino che potrebbe sentire aumentare la sua paura e chiedere smarrito: «Mamma, perché chiudi a chiave le porte?». In questo modo la madre ha fornito un contenuto “adulto” (la paura di un'aggressione dall'esterno) che forse nel bambino non era presente.

In maniera ancora più attuale, secondo concettualizzazioni recenti della psicologia di orientamento sistemico, si potrebbe leggere - semplificandola - l'interazione tra la madre e il bambino nel seguente modo: il bambino ha un'ansia, anche poco espressa, che lo fa stare male; la madre cerca di rassicurarlo e prende precauzioni secondo una sua razionalità adulta; il bambino pensa che se la madre prende precauzioni un pericolo esiste realmente; questo pericolo gli sembrerà più grande di lui; la sua ansia verrà confermata e aumentata. Tutto questo può avvenire indipendentemente da quali siano le “vere” cause dell'ansia del bambino.

È compito dello psicoterapeuta, quindi, di fronte ad un problema (stati di ansia, fobie, depressioni, atteggiamenti di chiusura...) indagare in che modo i tentativi di consolazione/rassicurazione di chi sta vicino alla persona sofferente si sono inseriti in maniera disfunzionale nella comunicazione, in che modo vengono percepiti e in che modo essa reagisce.

Se il problema non si è risolto con il buon senso, l'affetto e la pazienza (ed è certo così, perché altrimenti la famiglia non si sarebbe rivolta ad un terapeuta), significa che i messaggi di rassicurazione e consolazione sono finiti essi stessi dentro un meccanismo disfunzionale che alimenta il problema. È compito dello psicoterapeuta, fin dalla prima seduta, riorientare i tentativi di intervento di familiari e amici in maniera che essi sortiscano l'effetto desiderato, ossia migliorare la situazione e diminuire la sofferenza della persona a cui si è affezionati. Questo dovrebbe essere fatto nelle primissime fasi della terapia; queste prime manovre terapeutiche sulla comunicazione non hanno a che fare con l'origine o la causa del problema, ma con il funzionamento del problema e il suo modo di persistere e mantenersi nel tempo.

Lo psicoterapeuta può usare varie tecniche, secondo la sua formazione e la sua esperienza, che gli consentono di dare risposte a quella domanda - e io sono certa che tutti gli psicologi se la sono sentita fare - che gli viene rivolta fin dal primo colloquio: «Dottoressa, noi come ci dobbiamo comportare? Abbiamo provato a dirgli così, ma ci pare di far peggio.
Ma allora cosa dobbiamo dire? Cosa possiamo fare noi per aiutarlo?
».

Bibliografia
  • AA.VV., "I Quindici, I libri del come e del perché", (Vol. XV, "Voi e il vostro bambino"), Edizioni Italiane I libri del Mondo SPA, 1967 (Tratto dal testo originale in lingua inglese CHILDCRAFT The How and Why Library, Field Enterprises Educational Corporation, 1964 - 1965)
  • Watzlawick, P. Weakland, J. H. (a cura), "La prospettiva relazionale", Roma, Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini 1978
  • Nardone, G. Balbi, E., "Solcare il mare all'insaputa del cielo", Milano, Ponte alle Grazie 2008

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