I genitori e il neonato prematuro

Articolo pubblicato il 9 Giugno 2014.
L'articolo "I genitori e il neonato prematuro" tratta di: Lutto, La Famiglia e Diventare Mamma.
Articolo scritto dal Dott. Franco Ferri.

Cosa succede quanto un Ospite tanto atteso arriva prima del previsto? Il piacere della sorpresa sarà accompagnato verosimilmente da un senso di spaesamento e da vaghi sensi di colpa per la possibile inadeguatezza e impreparazione del nostro accoglimento.

Di solito quando parliamo di prematurità pensiamo al neonato.
Se a un primo sguardo vediamo solo quel neonato come un esserino ancora impreparato alla vita, in realtà anche i genitori si trovano "prematuramente" ad essere genitori!
Gravidanza, nascita e processo di attaccamento del bebè ai genitori (e viceversa) sono fatti della vita pieni di implicazioni e possono provocare sentimenti di generica vulnerabilità nella coppia genitoriale: in fondo si tratta di un grande cambiamento. Questa trasformazione richiede un riassetto emotivo non di poco conto e un cambio di prospettiva nella quale non c'è più posto per una reversibilità del percorso.

In caso di eventi particolari come la nascita prematura del neonato tali vissuti di vulnerabilità sono resi ancora più ampi dalla evidenza ineludibile della immaturità neurologica del bebè e dalla sensazione di impreparazione della coppia genitoriale ai compiti di cura. A maggior ragione se la mamma è primipara, o se durante il travaglio o il parto non tutto è andato liscio.
L'osservazione clinica ci dice però che è quantomeno opportuno mantenere la fiducia nella capacità dei genitori di far fronte a qualunque problema sorga tra loro e il piccolo: quando c'è una buona alleanza di lavoro con questi genitori, a volte basta una certa flessibilità e piccoli suggerimenti per aiutarli a trovare soluzioni appropriate per migliorare la loro interazione col neonato.

La strada in salita dei genitori di neonati prematuri

A differenza del passato, i neonati vengono attualmente considerati dalla Neonatologia organismi attivi portatori di competenze, e capaci di contribuire a creare il loro ambiente di vita all'interno della relazione con chi li accudisce.

Pensare il neonato in grado di usare le sue competenze, per costruire con chi si occupa di lui un ambiente relazionale in grado di soddisfare i suoi bisogni, è una rivoluzione totale rispetto al pensiero millenario che lo considerava un puro contenitore di insegnamenti ricevuti dai genitori.
Questo ha comportato a sua volta un rimescolamento delle prerogative genitoriali appoggiate sacralmente da sempre sulle loro presupposte esclusive competenze. Questo corto circuito lo vediamo con particolare evidenza nel caso di una nascita prematura, quando l'apparato comunicativo del neonato è ancora immaturo, situazione nella quale le presunte competenze dei genitori sono messe a dura prova.

In un articolo che faceva riferimento ai risultati di uno studio sul rapporto genitori-bebè, iniziato 30-35 anni fa, alcune équipe di terapia intensiva neonatale avevano osservato il ritorno in reparto con segni di percosse e mancate cure di una grande percentuale di bambini prematuri dimessi (Klaus e Kennel, 1995). Fu questa l'occasione per indagare i processi con cui un genitore sviluppa lo stretto legame con il figlio o la figlia. Si è così capito che la cosa migliore è promuovere la presenza dei genitori in ospedale...

I genitori e il neonato

Intanto va pur detto che le madri e i padri non sono osservatori puramente "oggettivi" del loro bambino; essi hanno già una storia piuttosto complessa di coinvolgimento emotivo: il loro incontro, la storia della loro relazione di coppia, il concepimento, la gravidanza...
Questo precedente coinvolgimento sarà una delle caratteristiche specifiche della loro genitorialità. Essi sono necessariamente portatori di idee in un qualche modo preformate circa il loro neonato.

Le aspettative e le stesse caratteristiche di personalità dei genitori influenzano la percezione e quindi la lettura del comportamento "reale" del loro bambino. Quest'ultimo a sua volta ne rimarrà influenzato. Diventa così inevitabilmente difficile, più difficile, costruire quella sincronia indispensabile per il compito vitale della nuova famiglia: imparare a comunicare.
In altre parole appare in un qualche modo compromessa quella meravigliosa semplicità con cui, in condizioni più normali, fin dalla nascita, la madre e il neonato si costituiscono come un raffinato sistema integrato, per permettere a quest'ultimo di passare da uno stato di apparente disorganizzazione senso-motoria a quello di individuo pronto a cercare il suo posto nel mondo.

Imparare a comunicare. Un certo numero di genitori fa fatica a cogliere tanti risvolti della relazione instaurata col proprio bambino.
Eppure, questa relazione ha radici assai lontane: trova le sue fondamenta in quell'area del desiderio di genitorialità degli esseri umani che porterà al concepimento del bambino, prendendo corpo ancor prima della sua nascita. Questa relazione diventerà, dopo il parto, una vera e propria raffinata costruzione di un linguaggio condiviso col bebè.
All'inizio si tratta di una comunicazione pre-verbale, la quale veicola importanti informazioni dal bambino all'ambiente di cura circa la sua capacità di tollerare gli stimoli esterni e interni. Gli stimoli infatti, data l'immaturità neurologica, non possono essere eccessivi rispetto alla sua capacità di utilizzarli. Il compito evolutivo del bebè, in parole semplici, è quello di avvalersi di queste sollecitazioni per portare a livelli di sempre maggiore organizzazione le sue capacità di coordinazione delle risposte motorie (l'apparato neuromotorio).

Noi vediamo che quando il neonato è soddisfatto nei suoi bisogni primari (cibo, calore, cura, contenimento ecc.) si ritira in un sonno beato.
Il neonato si ritira nel sonno anche in molte altre situazioni.
Si tratta di un sonno diverso. Per esempio, quando il livello della stimolazione ambientale (luci, suoni, voci, rumori ecc.) è eccessivo rispetto alla sua capacità di tolleranza, il bebè si rifugia appunto nel sonno che, in questo caso, funziona come difesa da stimoli disturbanti (schermo parastimoli).
Si tratta di una manovra autoprotettiva rispetto a qualcosa che potrebbe provocare la sua agitazione con reazioni motorie disorganizzate. Così l'adulto che si occupa di lui, se è sufficientemente attento e identificato col bambino, può mettere in atto manovre di risposta protettive ausiliarie.

I neonati a rischio, come ad esempio i prematuri, hanno uno schermo parastimoli molto delicato e sensibile rispetto a ciò che proviene dall'ambiente. Essi hanno una capacità di utilizzazione e risposta alle sollecitazioni molto bassa, tanto da produrre reazioni motorie eccessive, a prescindere dallo stimolo che arriva.
Ad esempio a un determinato stimolo possono rispondere con un comportamento esagerato e disorganizzato: possono piangere e smettere addirittura di respirare proprio per evitare questi stimoli per loro fastidiosi. Una madre ansiosa può agitarsi, entrare in ansia o addirittura spaventarsi.

Le reazioni di questi bambini prematuri – dovute all'immaturità neurologica - risultano disorientanti per l'adulto che li accudisce. L'energia che questi bambini investono nel tentativo di un controllo motorio riduce l'energia disponibile per interagire costruttivamente con chi si occupa di lui.

Gentorialità e prematurità

La nascita prematura è un evento inatteso, fortemente traumatico e produce soprattutto nella madre una mortificazione al suo orgoglio di madre, una cosiddetta ferita narcisistica, difficilmente sanabile.

La depressione che compare subito dopo è legata al timore di perdere il bambino e di aver messo in pericolo la sua vita invece di garantirgli la sopravvivenza, deludendo così il primo compito genitoriale.
Avviene qui una sorta di scissione nel vissuto genitoriale: da una parte il vissuto di genitori "prematuri", che vivono l'impreparazione come un ostacolo insormontabile e cercano di elaborare il lutto del loro bambino immaginato, sottraendosi talvolta al percorso di attaccamento; dall'altro il vissuto di genitori "terapeuti", che si fanno carico di compiti salvifici, di sostegno, contenimento e di cure eccezionali. Le oscillazioni fra questi estremi sono frequenti, a volte imponenti.

Bambino immaginario e bambino reale.
In prima istanza sarebbe opportuno elaborare il lutto del "bambino immaginario" il più presto possibile, per dare avvio a una soddisfacente relazione primaria che permetta al "bambino reale" di crescere in armonia e sintonia con l'ambiente che lo circonda.
Se ai genitori viene comunicato un rischio di vita per il bambino – come diversi autori hanno riscontrato in Ospedale - questi mettono in atto dei meccanismi di evitamento e allontanamento dal Reparto di Neonatologia, mantenendo con esso solo un contatto telefonico.

Atteggiamenti e pensieri difensivi. La delega quasi totale della loro genitorialità al Reparto si presta proprio a una lettura difensiva verso l'attaccamento al piccolo neonato: nel marasma delle emozioni forse ci si aggrappa a pensieri difensivi come quello che sia meglio non affezionarsi al bambino, perché "se poi va male", si rischia di soffrire troppo!
Il fantasma di morte, la paura di perdere il bambino, il senso di impotenza e di inadeguatezza, l'impossibilità di prendersi cura di lui, innescano nei Genitori dei meccanismi reattivi di inibizione del pensiero e di congelamento di emozioni positive che ostacolano l'avvicinamento al bambino stesso.

La madre. Spesso c'è anche un'acutizzazione della depressione materna, sia in senso fisiologico, sia in senso psicologico: il lutto per la fine anzitempo della gravidanza, la separazione precoce, la mortificazione del suo ideale di mamma (l'immagine narcisistica di sé), la violenza dell'epidurale, la deturpazione del cesareo, la messa alla prova degli aspetti materno-femminili di accoglimento, di supporto, la sindrome del ventre vuoto, gravano pesantemente sulla perdita del bambino immaginario.
Non possiamo escludere che in momenti di particolare fragilità affiorino rabbie inconsapevoli e ingenue per quel bambino che, nonostante tutto, "ha deciso lo stesso" di venire al mondo.

Il padre. Anche il padre si trova a vivere sensi di esclusione, vissuti ambivalenti e fantasmi luttuosi.
Accanto alla preoccupazione per la situazione di estrema fragilità della madre, al tracimare delle responsabilità, il padre inconsciamente vive una sensazione di fallimento e impotenza simili a quelli materni. Come la madre, è violentemente combattuto tra il desiderio di soccorrere e salvare, e l'angoscia per i sensi di colpa causati dal fantasma dell'abbandono.

La perdita del bambino immaginario è l'aspetto più difficile da affrontare per entrambi perché è accompagnato da fortissimi sensi di colpa per la rabbia verso un bambino che in qualche modo ha deluso le loro aspettative genitoriali. La madre davanti alla culla termica combatte col sentimento di non essere stata e di non essere ancora una buona madre, perché il suo bambino è la dentro invece che fra le sue braccia. Teme di aver deluso il proprio bambino privandolo delle sue cure, del suo contenimento, del suo nutrimento. C'è il rischio di sviluppare una inconsapevole invidia per il personale ospedaliero quando si prende cura del suo bambino.
C'è il rischio di un abbandono degli investimenti emotivi su quella creatura.

E poi il senso di solitudine: sia all'interno della coppia, sia in rapporto al bambino immaginario perduto quando ancora non si conosce l'altro bambino, quello vero. Solitudine verso il mondo esterno, verso il personale sanitario e verso il bambino nascosto dietro macchinari e sondini.
Quando poi il bambino vero è stato avvicinato, emerge in entrambi i genitori la paura di non riuscire a capirlo, di non comprendere i suoi ritmi vitali e i suoi bisogni, di non saper riconoscere le sue richieste di vicinanza inadeguate, che rischierebbero di andare perdute.

Se i genitori riuscissero a cogliere le capacità di recupero del loro bambino prematuro potrebbero dare avvio al primo vero ed esclusivo incontro conoscitivo col proprio figlio: una premessa per la sintonizzazione affettiva ed empatica necessaria per rispondere a comportamenti e bisogni spesso difficilmente decodificabili.
Se le potenzialità del bambino di raggiungere da solo uno stato di calma (le competenze omeostatiche) non si organizzano, si osserva nella madre una prevalenza di vissuti di impotenza di fronte al pianto del figlio che non si placa, al rifiuto per l'offerta di cibo e così via.

Col bambino prematuro mancano quei caratteri di reciprocità e sincronizzazione osservati con i neonati a termine: le risposte interattive possono sembrare più povere e sollecitare vissuti dolorosi; una modificazione dello stato di vigilanza verso il sonno può essere sentita come apparente ritiro, le reazioni di evitamento alla proposta di contatto corporeo o visivo con deviazione dello sguardo del neonato, possono essere letti come rifiuto alla proposta interattiva. Con genitori impreparati a questi scenari l'attaccamento al figlio deve superare parecchi ostacoli1.

Occorre essere disponibili a un aiuto nella ricostruzione di un sentimento di equilibrio e di padronanza sugli eventi della gravidanza, del travaglio e del parto. In altre parole, occorre promuovere le competenze di quelle famiglie che stanno facendo più fatica nella costruzione della loro genitorialità, accrescendo le capacità dei genitori di osservare il loro bambino e di entrare in relazione con lui2.

Note
  1. Lo scopo dell'attaccamento.
    Il vero scopo dell'attaccamento è la separazione: che dire?
    Che è la cosa più difficile da imparare per un genitore. Eppure l'indice di un buon attaccamento è proprio l'attitudine di un genitore ad accettare la separazione. Facile! Quando poi il bambino è prematuro e richiede un sovrainvestimento di premure, attenzioni, energie e preoccupazioni, si può immaginare che questo processo possa subire dei rallentamenti.
    Il poter compiere autonomamente delle azioni è la base per costruire la fiducia in se stesso e occorre che i Genitori imparino a non fargli perdere le occasioni opprimendolo con cure ridondanti (per esempio con modalità ripetitive, o facendo sempre le cose al posto suo). Occorre scoprire gli aspetti stimolanti dell'autonomia e il piacere di constatare che il bambino ce la può fare...
    Anche qui facile a dirsi, ma ci sono mamme che sentono molta delusione e sperimentano molta rabbia perché non riscontrano nel loro bambino i progressi che esse si aspettano. Tutto ciò è più frequente nella prematurità. Esse finiscono per trasmettere inconsciamente il senso di frustrazione e fallimento al figlio.
    Ciò accade per lo più a quelle mamme che non riescono a vivere il figlio come un essere indipendente da sé con una sua individualità e personalità diverse dalla propria, con risorse proprie.
  2. In alcuni Genitori sono nascoste forze inconsce che a volte agiscono a loro insaputa: essi temono la sconfitta, preferiscono che il bambino resti così com'è, protetto e immaturo perché così si allontana il fantasma della sua autonomizzazione e separazione. In questo modo possono continuare ad occuparsene indefinitamente (più tardi, sopratutto nella fase di distacco adolescenziale, emergerà quella che viene definita la sindrome da risarcimento, cioè il ricatto emotivo per ogni allontanamento).
    Ecco, questi sentimenti disturbanti a volte impediscono loro di tollerare la frustrazione dei piccoli fallimenti del bambino. Le conseguenti delusioni del bambino che potrebbero magari motivarlo a sforzarsi di più per raggiungere lo scopo, tendono a costringere questi genitori a fornire cure e protezione al di là dello stadio in cui è davvero necessario ed essenziale assicurargliele. Per dare una opportunità di integrare le percezioni e le aspettative iniziali dei genitori con i comportamenti effettivi del neonato, oggi nei Reparti Ospedalieri di Neonatologia si utilizzano vari strumenti osservativi secondo un programma strutturato.
    Le MABS (Mother and Baby Scales) sono dei resoconti genitoriali che valutano i comportamenti emotivi del neonato e le percezioni del genitore sulla propria sicurezza nell'accudire il bambino. Esse offrono dunque un materiale assai importante che si presta alla discussione anche di gruppo: le scale facilitano la crescita delle consapevolezze sulla genitorialità e opportunamente gestite, stimolano la crescita delle competenze nei genitori stessi.
Bibliografia
  • Brazelton T.B., Nugent J.K. (1995), "La scala di valutazione del comportamento del neonato", Masson, Milano, 1997
  • Klaus M.H., Kennel J.H., The doula an essential ingredient of children birth rediscovered, in "Acta Paediatrica" 86, 1997

Per approfondire

Rendi più visibile il tuo Studio in Internet
ricevi contatti mirati in base alle tue competenze

Area Professionisti:

Contatta la Redazione: 0547.28909
(da lunedì al venerdì - orario 9:00-13:30 / 14:15-17:45)