Il Gioco d'Azzardo Patologico

Articolo pubblicato il 18 Maggio 2011.
L'articolo "Il Gioco d'Azzardo Patologico" tratta di: Gioco d'Azzardo Patologico.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Cinzia Foglia.

Il gioco è un'attività ricreativa che entra nella nostra vita fin dalla prima infanzia, è presente in ogni cultura ed in ogni epoca. Infatti, un'attività ludica non eccessiva può svolgere importanti funzioni di gratificazione, di socializzazione e compensative, ma quando essa diviene un impulso irresistibile ed irrinunciabile può rivelarsi patologica.
Ladouceur (2000), specifica come il gioco d'azzardo sia riconoscibile da tre caratteristiche fondamentali: lo scopo del gioco è l'ottenimento di un premio; per parteciparvi è necessario rischiare una somma più o meno ingente di denaro o equivalenti e questa posta è irreversibile; la vincita è più dovuta al caso che alla perizia del giocatore.

Spesso si tende ad identificare l'azzardo come legato a pratiche illegali, dimenticando tutti quei giochi che lo Stato autorizza, oppure lo si associa al Casinò, quando attualmente il gioco d'azzardo è diffuso in particolar modo fuori dai contesti tradizionali: bar, centri Snai, internet.
I giochi attualmente sul mercato sono studiati in modo tale da mascherare la casualità degli eventi e favorire nei giocatori l'illusione di controllo.

Il giocatore, escluso il professionista e chi non gioca mai, si trova all'interno di un continuum nel quale si può assistere al passaggio da giocatore occasionale, a problematico a, infine, patologico.
Tre fattori sembrano in grado di favorire questo passaggio: la compresenza di altre patologie, la familiarità e il precoce contatto con il gioco.
I soggetti considerati a rischio maggiore di divenire giocatori patologici sono gli appartenenti ai ceti meno abbienti della popolazione (motivati al guadagno), gli adolescenti (diffusione del gioco nel gruppo dei pari), le donne (per sfuggire la noia o a problemi coniugali), gli anziani (perdita del ruolo sociale) e coloro che hanno un alta accessibilità ai luoghi di gioco d'azzardo.

Il DSM IV-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), classifica il GAP fra i "disturbi del controllo degli impulsi non classificati altrove" e lo definisce come: «un'alterazione caratterizzata da comportamento maladattivo, persistente e ricorrente nel gioco d'azzardo tale da compromettere le attività personali, familiari e lavorative».
Il questionario SOGS (Lesieur e Blume, 1987), è il più noto e funzionale tra gli strumenti di rilevazione del gioco patologico: permette di evidenziare velocemente la probabile presenza di problemi di gioco e consente di conoscere nei dettagli le abitudini degli intervistati.

Custer (1984) ha proposto un modello a fasi del GAP: dapprima vi è una fase di "luna di miele" con il gioco che viene visto come un passatempo divertente e remunerativo; segue la "fase della perdita" nella quale il pensiero è volto unicamente al gioco, iniziano le menzogne ai famigliari ed avviene la "rincorsa della perdita" (il giocatore torna spesso a giocare nel tentativo di recuperare il denaro perduto precedentemente); sopraggiunge poi la "fase della disperazione" in cui la situazione economica precipita definitivamente e la vita famigliare è particolarmente compromessa.

Il ruolo della famiglia È spesso solo dopo avere ottenuto un ultimatum dal coniuge ed avere esaurito tutte le possibili fonti di denaro che il giocatore chiede aiuto ed entra nelle tre fasi del recupero: la "fase critica", la "fase di ricostruzione" e la "fase di crescita", attraverso le quali riprende in mano la sua vita. Il ruolo assunto dalla famiglia è fondamentale, infatti, una volta superata la rabbia e l'impotenza iniziale, può contribuire ad accompagnare il proprio congiunto nel difficile percorso di recupero occupandosi anche di altri aspetti correlati al gioco quali, ad esempio, la gestione del denaro.

Trattamento.
Le posizioni in merito al trattamento variano da chi invoca come obiettivo l'astinenza completa a chi propone la possibilità di un gioco controllato.
I dati ci dicono che il 91% dei soggetti trattati diminuisce il consumo di gioco. L'insieme delle osservazioni condotte da diversi autori suggeriscono l'opportunità di istituire per i giocatori patologici percorsi terapeutici multidimensionali che prevedano la possibilità di integrazione, a seconda dei casi, di vari tipi di intervento: farmacologico, psicoterapeutico individuale e di gruppo col giocatore e/o con la sua famiglia, l'inserimento in contesti residenziali e/o in gruppi di auto mutuo aiuto, le consulenze legali e/o finanziarie.

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