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Articolo di psicologia: «Morte e Lutto: vivere ancora»

La perdita di una persona cara può essere superata? O sarà per sempre un dolore senza speranza?

Articolo pubblicato il 17 Dicembre 2013.
L'articolo "La perdita di una persona cara può essere superata? O sarà per sempre un dolore senza speranza?" tratta di: Lutto.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Adele Falbo.

Le prime sensazioni che si provano - dopo un iniziale momento di congelamento emotivo - quando una persona a noi cara muore, sono impotenza e una sorta di certezza di danno irreparabile, che sia compagno, amico, genitore, figlio. Niente sembra avere più senso, un buco depressivo, nero e senza fondo si apre e ci lascia precipitare senza che sia più possibile fare nulla. Una parte di noi stessi muore con il congiunto e siamo presi da un misto di rabbia, sconcerto e rassegnazione, per quello che irrimediabilmente sta accadendo proprio a noi. Subito la nostra mente va agli ultimi attimi trascorsi insieme, condivisi.

Senso di colpa, rabbia, disperazione. Ecco che anche il senso di colpa compare: «Avrei potuto fare o dire questo». «Quando è stata l'ultima volta che ho detto che per me era importante?!». «L'ultima volta che gli ho detto che gli volevo bene, che su di me poteva contare». «Perché non ho fatto nulla per evitarlo?». «Come ci siamo salutati?».
Rabbia e disperazione per un rapporto che, con queste prime riflessioni, ci può sembrare tradito, dalla vita e da noi stessi. Solo con la perdita definitiva, ci rendiamo conto di molte cose, molte di queste anche amplificate, di quel particolare rapporto. Non muore solo il nostro caro, ma muore quel particolare rapporto che noi abbiamo intrecciato in vita, muore quel pezzo di vita vissuta e quindi una parte profonda di chi resta.
Tutto ci sembra errore e fallimento. Eppure il lutto non sta a indicare uno stato emotivo, ma un processo, che ha il suo inizio con la morte della persona cara e una sua conclusione.

Il processo del lutto. Questo processo passa anche da quel caos violento di emozioni appena descritte - rabbia, rassegnazione, colpa, vuoto - tutto ciò definisce quella che viene indicata da Verena Kast, come la seconda fase del processo del lutto. «Il suo cuore è una trasformazione: perché niente sarà più come prima». La seconda tappa è appunto il momento dell'irruzione violenta delle emozioni, una tempesta emotiva, che ci ritrova nudi e senza risorse di fronte alla perdita.

La prima fase di questo processo è quella del congelamento emotivo, la fase del non voler ammettere, un rifiuto nel credere che quella persona sia morta, che non la rivedremo mai più e che non potremmo più fare nulla affinché ritorni. Solitamente questa fase termina nel momento in cui ci si confronta con il corpo privo di vita della persona amata. Può prolungarsi, ciò dipende da quanto ci legittimiamo vivere il violento caos emotivo, da quanto abbiamo confidenza con il sentimento e quindi con l'affetto.

Qualora, malauguratamente, non dovesse sbloccarsi, la conseguenza è un rifiuto della perdita, una chiusura depressiva senza speranza, e questo accade, purtroppo. Il lutto è considerato un processo perché porta alla trasformazione di chi resta in vita. Nel nostro piccolo mondo qualcuno di importante non c'è più, la realtà non può essere quella di prima ed è per questo che diventa necessario il cambiamento. Se questo non accade chi resta è condannato all'appiattimento sociale e sul piano individuale alla mancanza di risorse interne, alla perdita del sentimento, si diventa morti in vita. Tutto si blocca: rabbia, disperazione, amore.
L'aggressività non espressa verso l'esterno va ad alimentare un circolo vizioso in cui, non rivolgendosi più all'esterno, viene rivolta contro se stessi trasformandosi in autodistruttività. Chi in occasione di una prima perdita ha rimosso il processo del lutto, quando sarà di fronte a una seconda perdita, scivolerà in una depressione profonda.

Il passaggio dal primo al secondo momento del processo di lutto dipende da molti fattori, il più delle volte tutto ciò accade in modo naturale.
Quando questo non accade, siamo in presenza di situazioni che bloccano il doloroso processo, alcune volte questo dipende da traumi irrisolti. Anche se il processo di lutto è un percorso solitario, in cui si diventa anche scortesi, il modo migliore per accompagnare una persona in lutto è quello di far sentire la propria presenza con disponibilità e senza invadenza.
Mi raccontò un giorno una giovane donna che, quando morì un parente molto stretto, uno dei suoi migliori amici le si mise a fianco, dicendole: «Ci sono qui io, accanto a te», facendole sentire la sua presenza di calda disponibilità. Può essere di grande conforto. Perché chi ha subito il lutto sa che non è solo. Se vuole parlare sa che qualcuno sarà lì ad ascoltarlo e, non potendo far nulla in quel momento, sa che qualcuno è lì accanto anche per occuparsi delle necessità pratiche. Questo è di grande conforto.

Seconda fase. Spesso per vivere veramente un lutto, e quindi poter elaborare la perdita, sia la persona direttamente colpita che le persone intorno devono essere disposte ad accettare la morte e il lutto. Più la società invece propone modelli di vita eterna, più si rimuovono quello che è ovvio e naturale e le riflessioni adeguate a riguardo.
Alcune volte, quando non si riesce a vivere il lutto in questa seconda fase, dipende anche dal tipo di responsabilità che abbiamo in quel momento verso gli altri che restano. Per esempio nel caso di un coniuge che muore improvvisamente, anche tutta la responsabilità dei figli al partner. Con la conseguenza di una probabile "operosità senza possibilità di fermarsi" e quindi di riflettere su tutto il dolore che questa perdita ha portato.
I dubbi che assalgono chi resta sono del tipo: «Se crollo io, come facciamo?». Il crollo nel lutto è inevitabile. Per questo una rete sociale e affettiva solida è una risorsa importante.

Terza fase. Se tutto procede invece, la fase successiva - quella che viene definita la terza fase del processo di lutto - consiste nella ricerca e nella scoperta del defunto nel ricordo: si va alla ricerca del defunto dentro di sé. Questo momento equivale un po' alla fase del trattamento psicologico: può essere paragonata alle riflessioni che accadono in corso di analisi sul ruolo e sul valore degli altri che sono stati e che sono importanti nella nostra storia individuale. Come i rapporti con le persone significative hanno in qualche modo determinato la nostra vita, nel bene e nel male?
Questo per dire anche che il processo del lutto è un processo che accade anche senza la perdita di una persona cara.
In questa fase si vuole andare a ripensare alla persona scomparsa, per restituire maggiore consapevolezza alla relazione che c'è stata. Anche alla fine di un rapporto d'amore solitamente questo accade e spesso il rammarico è quello di aver dato molte cose per scontato...

In questa terza fase, non si tratta di ricostruire il rapporto nella sua concretezza e nelle implicazioni interiori, ma andare a vedere ciò che di nostro abbiamo messo nella persona scomparsa. Per esempio se è stato un partner socialmente attivo e stimato, in questo caso forse la trasformazione sta proprio nel fatto che bisogna ritirare la proiezione, quello che amavamo di più nel partner e che per noi era caratterizzante, dobbiamo riportarlo sotto la nostra responsabilità. Molto spesso accade che le persone a noi più prossime siano i contenitori di alcuni nostri tratti importanti, di cui noi non siamo consapevoli, diventa utile in questa fase comprendere che i tratti che amavamo di più nell'altro, sono anche parti di noi. È di grande importanza riuscire a comprendere quali tratti della persona scomparsa appartengono a noi, perché questo è un modo per far continuare a vivere la persona scomparsa, oltre che avere come risultato una personalità non più privata di qualcosa ma più ricca e completa. Bisogna avere consapevolezza, comprendendo ciò che nel bene e nel male una persona ci ha risvegliato.

Anche quando nella vita succede di perdere un figlio, «nella maggior parte dei casi, infatti, domina il dolore della perdita irreparabile, cioè un dolore senza speranza (se non quella, nei credenti, nel ricongiungimento post mortem), un dolore che, con buona frequenza si ritualizza nei quotidiani eccessi al cimitero e nella fissità delle cose lasciate dal figlio (la sua camera!)»1. Forse l'unico modo per continuare a vivere, è comprendere quali parti di noi avevamo proiettato, messo nella vita di nostro figlio - ideali, aspettative, desideri, fantasie - e come questa vita piena di energia può continuare a evolvere nella sua assenza. La vita ha subito una perdita, un giovane figlio che avrebbe potuto laurearsi, continuare l'attività genitoriale, coltivare le sue passioni, realizzare molte cose, è stata stroncata: come possiamo pensare di dargli una seconda possibilità, come la vita di un figlio può continuare?

Sul piano simbolico. Moltissimi festival culturali, premi, eventi, associazioni, pubblicazioni sono nati in memoria di una giovane vita che è mancata ingiustamente, questo restituisce un po' di giustizia anche quando la vita sembra essere sempre un errore. Riuscire a vivere la persona scomparsa in prima persona, questo è importante. Riuscire a interiorizzare il rapporto con il caro scomparso. «Se consideriamo solo l'aspetto catastrofico della morte dobbiamo rimuoverlo perché è troppo terrificante, ma così facendo rimuoviamo anche il processo di lutto»2.
Con l'esperienza della morte possiamo stabilire un rapporto.
Ed è sano farlo. Riflessi di questo mancato rapporto si ritrovano nelle problematiche psicosomatiche e nella grande difficoltà a separarsi. Anche i lutti non elaborati dei genitori, che sono rimasti orfani da giovani, cadono a cascata come nodi irrisolti sulle generazioni che seguono.

L'ultima fase del processo del lutto è quella che viene definita come nuovo rapporto con sé e con il mondo.
In questa fase, che indica il superamento della sensazione di perdita, chi è rimasto in vita riesce ad allacciare nuove esperienze, nuovi legami, che non vengono vissuti come una minaccia per il legami che non ci sono più. Poter finalmente godere della vita nonostante la presenza della morte, poter vivere esperienze e riallacciare i rapporti nonostante possa esserci in qualsiasi momento in agguato la morte.

La vita assume significato solo se connessa con la morte.
Entrambe esistono come una coppia di opposti complementari.
La morte campeggia sempre nella vita, ma la nostra vita, la nostra storia, i nostri legami sono altrettanto certi quanto la morte. Vivere in presenza della morte deve essere considerato come disponibilità al commiato, a lasciare andare; la vita è fatta di unione e di separazione, ma non permettere che le cose siano rimandate a un tempo che potrebbe anche non esserci.

Essere disponibili al nuovo e al cambiamento, senza opporre resistenza ai cambiamenti, anche a quelli avvenuti da tempo. Non bisogna dimenticare che il lutto è un processo naturale, che si vive ogni volta che qualcuno o qualcosa scompare dalle nostre possibilità, come l'uscita da un gruppo, un progetto che non va in porto, una relazione che finisce, quando qualcosa o qualcuno su cui avevamo investito la nostra energia non c'è più, anche questo richiede un percorso di riflessione e di sentimento.
Se non si vive in prima persona, come soggetti attivi, la morte fa più paura.

Note
  1. Marcello Valdini, "Danno da Lutto: Danno non-biologico?", Rivista Italiana di Medicina Legale, Anno XXV Fasc. 3-4, pagg. 590, Giuffrè, Milano, 2003
  2. Verena Kast, "L'Esperienza del distacco", Red, Milano, 2005

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