Dott.ssa Licia Cutaia
Aggressività e difficoltà nell'educazione dei figli, Palermo (PA)

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Quando mio figlio è aggressivo

Articolo pubblicato il 24 Ottobre 2014.
L'articolo "Quando mio figlio è aggressivo" tratta di: Educazione dei Figli e Difficoltà nell'Educazione dei Figli.

Oggi l'esercizio della genitorialità è reso difficile dalla molteplicità di stimoli e messaggi che provengono dai vari contesti frequentati i nostri figli. La pressione degli impegni e l'innalzamento delle aspettative cui siamo sottoposti, sia nel mondo lavorativo sia in ambito sociale, ci spinge a essere frettolosi nel decodificare le richieste dei nostri figli, le quali spesso vengono distorte, semplificate o semplicemente non ascoltate.

Le ansie, la mancanza di punti di riferimento forti, la difficoltà nell'individuare un progetto di vita definito e solido, rende sempre più fragile il rapporto genitore-figlio e consente l'instaurarsi di disturbi comportamentali che si cronicizzano quando non si interviene tempestivamente.

Il caso della aggressività: "per essere visto"

È il caso di Giovanni, sei anni, aggressivo con i coetanei e capriccioso in casa con i genitori; oppositivo nella routine quotidiana, quasi a volere mettere sempre alla prova i propri familiari.
L'indagine conoscitiva lascia emergere che i genitori, entrambi professionisti, sono spesso alle prese con un lavoro molto impegnativo, che richiede loro molta concentrazione e di stare fuori casa diverse ore al giorno.

Poco spazio e tempo da "condividere".
Alla sera le attenzioni sono poi divise tra gli impegni casalinghi e la programmazione delle attività da svolgere il giorno seguente. Resta poco spazio alla condivisione serena delle emozioni e al vedersi reciprocamente.
Il fare sostituisce l'attenzione per l'Altro.

Così Giovanni fa rumore per farsi vedere.
Il bambino è capriccioso, si ribella a ogni indicazione della mamma, reagisce con gesti irruenti per scuotere le emozioni dei genitori i quali, come risposta, si accorgono di lui... sebbene negativamente.

In ambito scolastico e relazionale, Giovanni ha ottenuto l'isolamento da parte dei compagni. I tentativi di arginare queste reazioni sono state diverse, ma tutte parimenti fallimentari: le punizioni, i rimproveri, l'indifferenza. Eppure i divieti, se non accompagnati da una riflessione su quanto accaduto, restano indicazioni vuote.

Come intervenire: cosa fare e non fare

Utile strategia da parte degli adulti resta quella di avviare, immediatamente dopo l'atto prepotente, una breve e semplice spiegazione su quanto è accaduto e sul perché è meglio intraprendere un'altra soluzione rispetto il comportamento scorretto.

L'effetto di divieti e punizioni.
Peraltro spesso l'esito di rimproveri e punizioni sortisce l'effetto della costruzione di una immagine di se stessi negativa e dunque un abbassamento dell'autostima, che rinforza il comportamento disfunzionale.

L'intervento migliore resta quello dell'ascolto attivo in cui il bambino può trasformare la sua azione negativa come un'occasione di apprendimento riguardo a una situazione difficile; così l'atto violento diviene occasione per la quale Giovanni può essere stimolato (quasi come un gioco) a cercare di trovare altre possibili alternative di soluzione, piuttosto che la reazione aggressiva attuata.

Peraltro l'ascolto attivo consente a Giovanni di essere lui stesso protagonista nell'individuazione e scelta di una nuova soluzione più funzionale e dunque di avviare una autocorrezione di una azione errata.
Questo procedimento avvia un dialogo costruttivo tra genitori e figli, un ascolto sincero ed empatico, un'attenzione piena rivolta anche alle emozioni e al pensiero, e non solo al comportamento.

La punizione deprivata dell'ascolto invece resta un intervento correttivo limitato al piano comportamentale. Inoltre Giovanni costruisce una immagine di sé come persona positiva, capace di riflettere e migliorarsi, dunque ridurrà anche l'approccio irruento con i coetanei acquisendo il messaggio implicito che: per farsi ascoltare non necessariamente occorre confrontarsi fisicamente ma esiste anche la possibilità del dialogo.
Da qui la possibilità di una migliore integrazione sociale.

Traduzione delle proprie emozioni.
Infine si spezza il pericoloso rischio dell'acting out, ovvero della reazione fisica immediata a uno stimolo negativo prima che la persona possa comprendere e decodificare il proprio vissuto interiore.
L'apprendimento è, in altre parole, orientato alla traduzione delle proprie emozioni in pensiero e dialogo piuttosto che in atto.

Trattamento dell'aggressività infantile

Un modo differente di fare famiglia.
Le indicazioni proposte oltre che essere un suggerimento riguardo al trattamento dell'aggressività infantile, propongono un modo differente di fare famiglia, in cui vi sia quotidianamente un breve spazio di tempo per stare insieme al di là delle cose da sbrigare: un'ora al giorno in cui ci si occupi l'uno dell'altro nel modo più spontaneo e genuino, fatto di emozioni, risate, contatto fisico, così come ci chiedono i bambini.

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