Dott. Andrea Arrighi
Psicologia Analitica (Jung) e Autostima: prendersi cura di sé, Lesa (NO) - Milano (MI) - Grosseto (GR) - Farnese (VT)

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Autostima, questa sconosciuta

Articolo pubblicato il 14 Marzo 2019.
L'articolo "Autostima, questa sconosciuta" tratta di: Autostima e Psicologia Analitica (Jung).

Cosa significa veramente prendersi cura di sé

Libri, riviste, ma soprattutto il variegato mondo di internet propongono un concetto di autostima che potrebbe trarre in inganno.
In genere, nel "buon senso comune", ma anche in non pochi contributi in Psicologia, il soggetto con scarsa autostima è chi si svaluta costantemente, non riesce a farsi valorizzare dagli altri adeguatamente, talvolta arriva anche a negare l'importanza di risultati positivi raggiunti nei campi più significativi della propria esperienza di vita. Certamente si tratta anche di questo problema, ma solo in parte.

Se scomponiamo questa parola, chiamata in causa fin troppo, troviamo che ci indica la valutazione - in tantissimi sensi - di noi stessi.
Valutare adeguatamente quello che siamo e che facciamo è tutt'altro che semplice, soprattutto perché non si tratta di lodarsi sempre e comunque. Contrariamente a quanto si pensa, non è un esercizio di "pensiero positivo" in forma estrema, dove ogni aspetto negativo viene trasformato brillantemente e velocemente di qualcosa di "positivo" e significativo. Si tratta, piuttosto, di saper considerare e valutare anche i propri aspetti critici.

Una "buona" autostima è una valutazione critica dei propri punti di forza, certamente, ma anche degli aspetti meno di successo, che volentieri mettiamo "in ombra", nascondiamo o non evidenziamo quando siamo in mezzo agli altri. Conoscere i propri punti critici è l'ingrediente principale di una autostima socialmente adeguata.

Proviamo a fare un esempio, per chiarirci quanto detto fin qui.
Una mamma si mette letteralmente a piangere, appena saputo che il suo bambino, di 10 anni, ha preso un 5 in matematica. Al telefono dice ad un'altra madre di un compagno della stessa classe: "Un 5 in matematica significa che l'autostima di mio figlio è irrimediabilmente compromessa!".
Qui, come detto, rintracciamo il fraintendimento comune secondo il quale l'autostima riguarda solo aspetti positivi. Come Psicoterapeuta avrei innanzitutto evidenziato come un voto scadente potrebbe, piuttosto, migliorare l'autostima di un bambino: la scuola gli mostra proprio quali sono i punti critici nelle diverse materie. Come docente spesso fatico a spiegare che è importante confrontarsi con i propri errori. Solo vedendoli, cioè ammettendoli – innanzitutto – e, successivamente, rielaborandoli, capendo cosa non ha funzionato nel nostro studio o nella nostra esposizione scritta o orale, possiamo migliorare le nostre prestazioni scolastiche.

Una buona autostima, allora, ci permette il confronto con gli ostacoli, anche con eventuali insuccessi e frustrazioni. Ed è quello che ci serve, se usciamo dal mondo scolastico, dove un voto mediocre è (quasi) sempre recuperabile ed entriamo nel mondo del lavoro o in quello delle relazioni amicali o affettive. In questi cambi è indispensabile "stimarsi" correttamente, cioè evidenziando anche i punti critici, i lati deboli, meno esaltanti o deludenti di un lavoro o di una relazione. Uomini di successo non hanno paura di mostrare anche le loro sconfitte personali o lavorative. Sanno che anche quelle fanno parte di una storia di vita "realistica", cioè non edulcorata o idealizzata in base a modelli sociali vari ed eventuali.

In sintesi, come potremmo misurare l'autostima?
Forse potremmo cominciare in modo semplice, come quando dobbiamo mettere in atto una scelta importante come un viaggio, una proposta di lavoro, ma anche un matrimonio o una convivenza. Prendiamo un foglio e valutiamo aspetti a favore e aspetti a sfavore rispetto al scegliere o meno un'ipotesi. In termini junghiani - certo semplificando un poco - potremmo dire che valutiamo il "negativo" di ogni "positivo", consideriamo l'aspetto "ombra", o quello trascurato di ogni scelta o di ogni aspetto che sembra a noi assolutamente favorevole. Come ricorda Jung, la nostra coscienza è come un faro che illumina. Di conseguenza, per ogni elemento "in luce", cioè valorizzati e considerati positivi, ve ne sono altri "in ombra", nascosti o non valorizzati o valutati correttamente. Ciò che è "in ombra" potrebbe anche rivelarsi, in un futuro, qualcosa di positivo e a noi favorevole, così come una relazione sentimentale o un lavoro che ci entusiasmano possono, col tempo, rivelarsi deludenti rispetto alle nostre aspettative.
Un percorso di Psicoterapia è necessariamente una cura della propria autostima, cioè di se stessi, nella misura in cui, guardandoci anche con gli occhi di un altro (il terapeuta esterno a noi) possiamo rintracciare meglio i punti di forza personali così come le nostre carenze, i lati "oscuri", nel senso di trascurati, su cui lavorare, per renderli significativi per noi o per evitare che ci ostacolino nel raggiungere i nostri desideri più importanti.

Autostima e cura di sé appaiono strettamente collegati tra loro. Se ho cura di me cerco di scoprire cosa mi procura disagio – anche se mi piace, come ad esempio le sigarette o l'alcol – e cosa, invece, mi dona energie, come ad esempio le relazioni, ma anche i passatempi e qualunque cosa anche apparentemente stupida che mi procura piacere.
La Psicoterapia junghiana è anche una ricerca di "luci ed ombre" in noi attraverso il contatto con gli aspetti più difficili di noi, ma anche con quei nostri lati nascosti che mirano ad essere "stimati" meglio da quella che chiamiamo autostima. Questi lati nascosti, se correttamente valorizzati, diventano risorse, energia per noi.

Riferimenti bibliografici
  • Arrighi, A. (2015), La soluzione trascurata. Bene e male nella psicologia junghiana raccontati attraverso il cinema, Alpes, Roma.
  • Jung, C.G. (1935) Fondamenti della psicologia analitica, tr. it. in Opere Vol. 15, Torino: Bollati Boringhieri, 1997
  • Semi A. A. (a cura di) (1997), Trattato di psicoanalisi, Volume 1 Teoria e tecnica, Milano, Raffaello Cortina Editore.

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