Dott.ssa Jole Anna Panzera
DOC: Disturbo Ossessivo Compulsivo, Roma (RM)

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Il disturbo Ossessivo-Compulsivo

Articolo pubblicato il 15 Maggio 2008.
L'articolo "Il disturbo Ossessivo-Compulsivo" tratta di: Disturbo Ossessivo Compulsivo e Terapia Cognitivo Comportamentale.

Avete presente quegli strani individui che si devono lavare continuamente le mani per paura di essere contagiati da qualcosa, o che controllano ripetutamente se hanno chiuso il gas, o effettuano le pulizie di casa insistentemente "pulendo sul pulito?".
Sono con molta probabilità affetti dal disturbo ossessivo compulsivo.

Il disturbo ossessivo compulsivo (chiamato anche DOC), è classificato all'interno del DSM IV-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), nella categoria dei disturbi d'ansia. Tende ad esordire durante l'adolescenza ed affligge i 2 terzi della popolazione. Colui che ne è affetto riporta una reazione fortemente ansiosa correlata ai pensieri intrusivi, che si manifestano con intensità tale, da far perdere il controllo della situazione.

I pensieri che lo assillano sono esattamente gli stessi che ognuno di noi ha in certe situazioni. La differenza è che, generalmente, sono fugaci e si dissolvono rapidamente, mentre nelle persone portatrici del disturbo assumono un significato catastrofico, a causa della modalità pervasiva ed assillante con cui si manifestano. Chi, una volta uscito di casa, non si domanda se ha chiuso bene il gas o ha dato tutte le mandate alla porta?
Ma un attimo dopo sta pensando già ad altro.

Il soggetto ossessivo, invece, viene appunto ossessionato da questi pensieri che gli martellano il cervello, fino al punto di farlo rigirare sui tacchi e rientrare a casa per controllare 3, 4, 10 volte o più se ha effettuato bene le chiusure. Il guaio è che, purtroppo, spesso neanche i 10 controlli sono sufficienti a rasserenarlo. Lì per lì, l'avere controllato sembra avere un effetto calmante, ma poco dopo il dubbio si manifesta nuovamente, provocando un nuovo aumento del picco d'ansia.

Una paziente si doveva alzare alle 4 del mattino per chiudere casa quando partiva, impiegando circa 3 ore nei rituali di chiusura.
Il paradosso di questo disturbo è che nemmeno ciò riusciva a tranquillizzarla.
Questi pensieri (detti anche ruminazioni), sono solitamente associati ad un altro ingrediente cognitivo del disturbo ossessivo, un pervasivo senso di colpa per irresponsabilità. Il soggetto ritiene di non aver svolto il compito al meglio, nutrendo sentimenti di colpa e profonda sfiducia in se stesso.
Non tollera, nel contempo, il dubbio dell'aver commesso un errore che assume un connotato catastrofico.

Di solito, i pensieri ossessivi più comuni riguardano il tema del controllo o della contaminazione. Ad esempio, ci sono persone terrorizzate da tutto quello che ha a che fare o può derivare dai cadaveri, e quindi evita accuratamente qualsiasi forma di contatto con le sostanze in decomposizione. In altri, prevale la paura di fare del male al prossimo o a se stessi, di non riuscire a controllare gli impulsi, oppure manifestano rituali di conteggio, ripetizione e ordine.

I washers sono coloro che praticano lavaggi ripetuti delle mani o di altre parti del corpo fino a crearsi delle autentiche piaghe, che a loro volta diventano sintomo di vergogna.
I ceckers, invece, effettuano continui controlli nell'ambito domestico come le chiusure del gas, rubinetti, contatori, ecc., o in quello lavorativo, con estenuanti accertamenti sul lavoro svolto.

L'unico modo che il soggetto ha a disposizione per calmarsi è quello di mettere in atto dei rituali che variano a seconda della tipologia del disturbo, rappresentando l'unica strategia che conosce per gestire l'ansia che lo assale. Il disturbo, infatti, si chiama ossessivo in quanto è caratterizzato da pensieri che si manifestano in forma ripetitiva, in grado di produrre un'ansia crescente che si attenua solo per mezzo dei rituali compulsivi.

Successivamente, il soggetto tende ad evitare le situazioni che rappresentano un trigger (evento scatenante) per il disturbo, con la conseguenza di percepire se stesso come diverso dagli altri e malato, con successive sensazioni di disagio e imbarazzo.
Questo tipo di reazioni, in gergo cognitivo comportamentale vengono definite "problemi secondari", ovvero disturbi correlati a quello primario che fungono da mantenimento del sintomo.

La qualità di vita del soggetto tende così ad impoverirsi ulteriormente, oltre a degenerare facilmente verso una sindrome depressiva. Una peculiarità di questo tipo di disturbo, è "egodistonia: l'individuo è perfettamente consapevole dell'incongruenza e assurdità caratteristica della modalità con cui si manifestano questi pensieri, ma nonostante ciò non riesce a liberarsene.

Il comportamento di evitamento di situazioni dove si sentono esposti al rischio, rappresenta un importante fattore di mantenimento del sintomo.
Ciò avviene perché l'evitamento alimenta la convinzione erronea che ciò che teme sia pericoloso e da evitare, e l'unico modo per stare bene sia quello di aggirare l'ostacolo. Il limite nell'attuazione di questa strategia di evitamento dell'area problematica, consiste nell'impossibilità di far sperimentare alla persona che l'evento temuto non è poi così pericoloso.
Ma non sempre ciò è possibile. La qualità di vita del paziente spesso risulta gravemente compromessa dalla patologia.

Alla genesi del disturbo vi è solitamente un ambiente familiare invalidante.
A volte prevale uno stile educativo di tipo rigido e coercitivo, spesso con livelli di controllo elevati. L'atteggiamento dei genitori è discreditante, l'individuo ritiene di non essere in grado di effettuare prestazioni soddisfacenti, con una percezione di se stesso inadeguato ed incapace.
Spesso ciò viene alimentato dall'eccessiva rigidità dello stile genitoriale, che si associa ad un'aspettativa nei confronti del figlio dagli standard molto elevati.

Il tipo di psicoterapia d'elezione per questo disturbo è quella cognitivo comportamentale. Solitamente, in tempi discretamente brevi si riesce ad ottenere un'iniziale remissione dei sintomi. Vengono trattati i pensieri disfunzionali tramite un percorso di ristrutturazione cognitiva.
La pratica delle esposizioni con prevenzione della risposta (ERP), consiste nell'esporre per gradi il soggetto all'evento temuto, che, tramite un'esperienza correttiva, disconferma le credenze attribuite alla realtà percepita erroneamente come catastrofica.
Alla base della risoluzione della sintomatologia c'è la prospettiva dell'accettazione del rischio, che si attua attraverso il percorso terapeutico.

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