Dott. Giuseppe Piras
Come gestire l'ansia: alcune considerazioni, Roma (RM)

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Ansia ti odio... e poi ti amo?

Articolo pubblicato il 15 Novembre 2010.
L'articolo "Ansia ti odio... e poi ti amo?" tratta di: Disturbi d'Ansia.

Mi capita talvolta di accogliere in studio dei pazienti affetti da diverse forme ansiose. Nel descrivere le situazioni in cui provano ansia, convengono nell'affermare di ripudiarla. «Non voglio l'ansia», «non la sopporto», «la detesto», «provare ansia è da perdenti», «gli altri non provano ansia», sono alcune tra le battute più frequenti.
Urge allora un piccolo approfondimento in merito.

Ansia sociale. Facciamo l'esempio di una persona che provi la cosiddetta “ansia sociale”, quella legata al confronto con gli altri in contesti sociali o prestazionali (parlare in pubblico, firmare un documento o bere un bicchiere d'acqua di fronte a qualcuno, suonare uno strumento musicale davanti a un uditorio ecc). Bene, questa persona ci racconterà il proprio disagio ed imbarazzo nel compiere una certa azione ritenuta banale (es. «che ci vuole a parlare con gli altri?» oppure «mettere in pratica ciò che ho imparato a memoria durante gli allenamenti», «eseguire quel brano che suono benissimo quando sono solo»). Ci parlerà dell'impaccio con cui intraprende l'atto, il blackout mentale che annebbia le idee e impedisce il fluire del discorso o fa dimenticare il gesto atletico provato e riprovato in allenamento, il copione studiato con i compagni di teatro durante le prove settimanali.

Ciò che accomuna le diverse situazioni è il deficit comportamentale, il forte patos emotivo che le accompagna, la decadenza della performance cognitiva che tali azioni dovrebbe invece guidare. Nel momento in cui in seduta affrontiamo questi episodi nel dettaglio, emerge spesso e volentieri un punto: «basta con quest’ansia, non ce la faccio più! Non la voglio più».
Ecco, credo che in questa ipotetica affermazione ci sia molto più significato di quanto a prima vista possa apparire. Essa sottende diversi aspetti: ad esempio che ci siano emozioni belle e dunque desiderabili ed altre brutte e dunque detestabili, da allontanare e mai più esperire. In secondo luogo parrebbe che l'ansia non abbia nessuna funzione nella nostra vita.

Partiamo dal primo punto: emozioni utili vs emozioni inutili.
C'è un equivoco culturale in tal senso per cui la nostra società notoriamente edonista e competitiva ha delineato una serie di emozioni target da provare a tutti i costi a discapito di altre ritenute deplorevoli e socialmente sconvenienti in quanto segnale di presunta debolezza.
L'ansia, sotto quest'ottica, rientra a pieno titolo nella categoria “da non provare” giacché con essa si palesano incertezza, fragilità, scarsa fluidità comportamentale, caratteristiche palesemente conflittuali con le richieste performanti della nostra società.
Dovremmo invece parlare di emozioni gradevoli e sgradevoli. Ciò rimanderebbe all'esperienza emotiva senza mortificarne la funzione e lo scopo per cui essa si palesa.

Eccoci allora al secondo punto: l'affermazione «non voglio più l'ansia» ignora l'utilità che sottende la fisiologia della sua manifestazione.
Si pensi all'ormai celebre gazzella che ogni giorno in Africa sa che dovrà correre per sfuggire ai predatori. Il contesto in cui essa vive è senz'altro estremo giacché si parla di scelte determinanti o meno la propria sopravivenza ma utile per la nostra riflessione. Ipotizziamo che la nostra amica gazzella, pascolando per la savana, abbia d'improvviso un moto d'allerta nello scrutare un cespuglio poco lontano; un rumore insolito la insospettisce. Il suo battito cardiaco aumenterà la frequenza, il respiro si farà più corto, le sue pupille si dilateranno e i suoi muscoli si contrarranno per prepararsi alla fuga che con probabilità avverrà anche se dietro il cespuglio si dovesse celare un innocuo topolino. Alla gazzella non importerà più di tanto se alla fine si sarà trattato del topo perché nel contesto in cui vive fidarsi è bene non fidarsi è meglio.

C'è in ballo la propria sopravivenza, motivo per cui i falsi allarmi sono ben accetti. Se dietro al cespuglio si nascondesse il temuto leone i centesimi di secondo di reazione potrebbero essere determinanti.
Certamente noi occidentali non viviamo più in un contesto così estremo. Tuttavia ci sono stati secoli in cui anche noi potevamo passare da predatore a preda in poco tempo e così anche noi a suo tempo sviluppammo un repertorio di abilità e strumenti simili a quelli della gazzella. Il progresso ci ha allontanato via via da queste esperienze ma è come se in noi un residuo atavico fosse rimasto. Oggi non abbiamo più leoni pronti a sbranarci ma colleghi di lavoro minacciosi e o competitivi, insegnanti severi, mansioni la cui buona riuscita determina o meno il mantenimento del posto di lavoro e dunque la possibilità di accesso al cibo, situazioni sociali in cui prestare buona performance preserva la nostra affiliazione al gruppo per noi significativo. Situazioni importanti a cui teniamo, in cui un po' di “sopravivenza” sociale, personale, lavorativa si gioca.

Ecco comparire in esse accelerazione del battito cardiaco, affanno respiratorio, tensione muscolare, ma anche rossore, vertigini, sudorazione e perché no svenimento. A seconda del livello di attivazione fisiologica e in virtù del contesto esperito proveremo ansia, paura o panico. Sensazioni spiacevoli come sgradevole è il suono dell'antifurto della nostra macchina quando qualcuno la avvicina troppo. Mai come in questi casi la sgradevolezza è utile e preziosa, pronta a salvaguardare quanto da noi ritenuto di valore (ad esempio la nostra immagine sociale).

Laddove ci sarà un valore da salvaguardare e tutelare dunque un po' di ansia ci sarà proprio perché ci consentirà di prepararci al meglio per affrontare “i nostri impegni”. Se però partiamo dal presupposto che l'ansia e i suoi segnali non li dobbiamo assolutamente esperire incorreremo puntualmente in un paradosso: la volontà di non provare segnali d'ansia in un contesto sociale porterà inevitabilmente a provarla. Infatti, colui che vive nel rifiuto di provare ansia sviluppa una grande abilità nello scansionare nel proprio corpo possibili segnali d'ansia e pretende da sé l'assenza di tali segnali nelle situazioni sociali.

Abbiamo però detto che provare ansia nelle situazioni sociali è connaturale alla sua funzione: “cioè prepararci al meglio per vivere una situazione a cui teniamo in modo particolare”. Dunque la persona in questione si troverà a vivere non solo la giusta dose di attivazione legata al contesto ma anche un'ulteriore reazione ansiosa dovuta all'aver colto tali segnali di “buona ansia” ma per lui assolutamente indesiderabili.
Un ulteriore carico ansioso del tutto gratuito che porterà il nostro corpo verso un eccesso di preparazione alla realtà sociale prossima. In questo modo invece di avere un approccio ottimale alla “prova” sociale avremo un motore che si ingolferà invalidando la performance stessa.

Gli sportivi ben sanno infatti che una certa dose d'ansia è funzionale alla loro prestazione giacché prepara il corpo all'azione ma sanno anche che un eccesso d'ansia può invalidare la propria azione poiché un esuberanza di tensione porterà ad una ridotta fluidità corporea.
Paradossalmente più ci tengo a non avere l'ansia, più il mio corpo si preparerà in tal senso... omaggiandomi di ansia!

Un vero e proprio auto sabotaggio.
Questo auto sabotaggio mette in evidenza ciò che il filone cognitivo-comportamentale sottolinea da tempo: i vissuti cognitivi (ciò che pensiamo), emotivi (ciò che proviamo), fisiologici (le reazioni del nostro corpo) e comportamentali (ciò che facciamo e non) sono in stretta correlazione, un po' come i famosi vasi comunicanti. Ciò implica che essi potendosi influenzare l'un l'altro possano dare luogo a dei veri e propri circoli viziosi o virtuosi a seconda delle circostanze. In particolar modo ciò che noi crediamo riguardo a una determinata esperienza (sistema cognitivo) predispone il nostro apparato emotivo-comportamentale verso determinati “valori” i quali fungeranno da feedback per un ulteriore valutazione cognitiva (ciò che penso di ciò che ho appena fatto o provato) che ci predisporrà conseguentemente verso nuove reazioni emotive o scelte comportamentali.

Un esempio può chiarire il concetto. Immaginiamo due bambini alle prese con una medesima esperienza: il contatto ravvicinato con un cane. Il primo bimbo alla vista dell'animale piange e si allontana, il secondo sorride e vi si avvicina. Il cane è il medesimo per entrambi ma le reazioni sono opposte; spesso noi attribuiamo agli eventi la responsabilità del nostro stato emotivo e o delle nostre scelte ma questo esempio ci mostra che non è così.
Se provassimo ad ipotizzare ciò che i due bimbi hanno pensato (valutazione cognitiva) nel momento in cui vedono il cane, sarebbe intuitivo immaginare nel primo caso un pensiero simile al seguente “Oh no il cane, ora mi morde!”, nel secondo “Che bel cagnone simpatico!”.

Reazione emotiva e comportamentale. La reazione emotiva sarà in piena sintonia con quella cognitiva: paura nel primo caso, gioia nel secondo. Quella comportamentale non sarà da meno: allontanamento per il primo bimbo, avvicinamento per il secondo. In coerenza a ciò potremmo trovare che il primo bimbo dopo essersi allontanato penserà di se stesso che è un fifone (valutazione cognitiva) e ciò lo porterà a sentirsi abbattuto (reazione emotiva) e magari interrompere l'attività di gioco che era stata intrapresa prima di incrociare l'animale (conseguenza comportamentale).
Il secondo bimbo invece trarrà spunti positivi dall'esperienza che per mezzo di pensieri gratificanti (ad es. “ci so proprio fare coi cani!”) lo porteranno a sentirsi sereno (reazione emotiva) e avere condotte virtuose (continuare a divertirsi col cane o riprendere con maggiore entusiasmo l'attività ludica precedente l'incontro).

Il famoso circolo vizioso o virtuoso potrebbe continuare o interrompersi in virtù di successivi feedback interni (pensieri, considerazioni, immagini, ricordi, fantasie) o esterni (nuove azioni o nuove omissioni).
Ma perché i due bimbi hanno sviluppato diverse modalità d'approccio alla vista di un cane? Potremmo scoprire che il primo bimbo ha acquisito una serie di “istruzioni per l'uso del quando si incontrano i cani" attraverso familiari o persone significative che magari dei cani hanno paura o hanno avuto con essi esperienze negative. Quando il bimbo incrocia un cane potrebbe scattare in lui una sorta di allarme rosso che rievoca le istruzioni di cui sopra. Possiamo tranquillamente immaginare che nel secondo caso siano state vissute esperienze d'apprendimento opposte per cui la vista di un cane è un po' come un semaforo verde!

Se pensiamo a quanti di noi sono cresciuti con il “non devi avere paura” o “non si arrossisce davanti agli altri”, “non è bene dire quello che si pensa al proprio capo” ecc., è facile trarre le somme in merito alle riflessioni di inizio articolo. Sia chiaro che non necessariamente siamo stati esposti a degli incipit verbali che ci dicessero il come ci si comporta o meno in determinate situazioni, talvolta è sufficiente osservare delle condotte per estrapolarne delle considerazioni personali da poter magari impiegare in prima persona. Accade di fatto che laddove ci sentiamo minacciati la nostra emozione bussi con veemenza alla nostra attenzione come uno stridulo antifurto per auto. In risposta ad essa siamo soliti regolare la nostra azione con delle manovre il più delle volte consistenti in fughe, evitamenti, blocchi, attacchi, camuffamenti. Invariabilmente la loro messa in atto ha il compito di ripristinare un livello di attivazione emotiva desiderabile quale prova del “cessato allarme”. In tali manovre è presente il classico meccanismo “croce e delizia” per cui se è vero che in prima istanza raggiungiamo il desiderato cessato allarme in seconda battuta proveremo un disagio maggiore figlio della valutazione cognitiva.

Un esempio può chiarire: se di fronte ad una provocazione di un compagno bullo un ragazzo scegliesse l'attacco e quindi di rispondere con aggressione fisica o verbale potremmo dire che essa si potrebbe rivelare momentaneamente vincente poiché stempera l'aggressività del contendente. Successivamente, però, potrebbe portare con sé forte disagio emotivo quando, a freddo, il ragazzo pensa “non c'era bisogno di menargli” oppure osserva che i suoi compagni lo scansano. Possiamo dedurre simili meccanismi se il ragazzo si fosse dato alla fuga. In un'altra situazione un'allieva che teme l'interrogazione di storia, in virtù della forte dose d'ansia che prova e della minaccia che intravede in una prova lacunosa, potrebbe decidere di marinare la scuola con sollievo momentaneo. In seconda battuta potrebbe sentirsi affranta perché inizia a pensare che ogni qualvolta ci sia una prova da affrontare lei “scappa”. La forza della prima gratificazione potrebbe portarla a consolidare condotte di evitamento ogni qualvolta ci siano situazioni per lei penose.

Il blocco, invece, lo si può cogliere in chi preso dal panico sviene o resta immobile senza porre in atto nessuna azione. Un esempio di camuffamento lo possiamo invece trovare in chi deve affrontare un colloquio col proprio capo ufficio. Sentendosi ansioso ed essendo convinto che sia deplorevole provare ansia in questa circostanza, per paura di palesare la propria ansia cerca, non potendo sfuggire al colloquio, di modulare la propria voce nella speranza di donarle fluidità, normalità. Spera in questo modo di gestire il livello d'ansia, preservando inoltre la propria immagine. Anche lui in seconda battuta avrà parole di condanna per se stesso poiché si sente costretto a mettere in atto faticosi meccanismi di camuffamento che negli altri colleghi non scorge. Quest'ultimo esempio ci può essere d'aiuto per delle brevi considerazioni finali.

Gli esperti della comunicazione sono soliti suggerire a chi mostra particolare imbarazzo nell'esposizione in pubblico di “mostrare il collo” al proprio “avversario”. Supponendo di dover fare un intervento in una conferenza è utile premettere la propria sensibilità al balbettamento o all'arrossire quale personale peculiarità. Diranno i nemici dell’ansia: “costui è matto!”.
In realtà nel mostrare il collo ci si accattiva l'uditorio ma soprattutto ci si autorizza ad esperire un po' d'ansia. Infatti, senza temere le conseguenze della sua manifestazione, si stempera la tensione o l'eccessivo formalismo che talvolta caratterizza questi contesti.

Paradossalmente porre in atto strategie in cui sottolineiamo la nostra presunta debolezza ci rafforza e ci consente di affrontare con maggiore agio contesti solitamente "minati". Di fatto, il livello d'ansia che esperiremo sarà quello fisiologico al contesto di esposizione e potremo star certi che l'ansia starà lavorando per noi quale preziosa alleata! Saremo altresì consapevoli che un antifurto per quanto stridulo e fastidioso nasconde in sé un prezioso mandato: “proteggere un valore”. Il mezzo attraverso cui farà sentire la propria voce sarà sicuramente fastidioso ma senz'altro efficace per portare la nostra attenzione sul valore sentito minacciato.
Si tratterà fondamentalmente di tarare la sensibilità di esso affinché non suoni ogni qualvolta qualcuno lo sfiora con delle innocue buste della spesa ma si metta in azione nel momento di effettiva “minaccia”.

Fonti bibliografiche di riferimento
  • "Trattamento cognitivo dei disturbi d'ansia" di Adrian Wells, edito da McGraw-Hill, 1999
  • "La nuova psicoterapia cognitiva" di Antonino Tamburello, edito da Sugarco Edizioni, 2007
  • "L'ansia e le fobie" di Aaron T. Beck e Greg Emery, edito da Astrolabio, 1988
  • "Panico" di Francesco Rovetto, edito da McGraw-Hill, 2003
  • "Penso dunque mi sento meglio" di Dennis Greenberger e Christine A. Padesky, edito da Ed. Erickson, 1998

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