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Articolo di psicologia: «Psicoanalisi: liberi dai sintomi»

Il concetto di sintomo in una psicoterapia ad orientamento psicoanalitico

Articolo pubblicato il 2 Ottobre 2013.
L'articolo "Il concetto di sintomo in una psicoterapia ad orientamento psicoanalitico" tratta di: Disturbi Psicologici e Psicoanalisi (Sigmund Freud).
Articolo scritto dal Dott. Juri Messieri.

La psicoanalisi è una pratica clinica che si occupa della sofferenza umana. Una verità incarnata in un corpo che soffre, che si dà come esperienza della sofferenza. Per questo Jaques Lacan (filosofo, psichiatra e psicoanalista) dirà che nel sintomo «dove qualcosa soffre, qualcosa parla».
Noi abbiamo a che fare con questo mistero: là dove c'è sofferenza, c'è parola, messaggio, c'è un discorso. Provando a dare una definizione generale di sintomo - che contrasta con quella che potremmo attingere dalla medicina - è innanzitutto ciò che ostacola la vita, un impedimento alla vita. Una persona non riesce a dormire, si rotola nell'insonnia, un'altra colleziona solo fallimenti professionali, un'altra partner terribili, un'altra non riesce a portare a termine un rapporto sessuale, un'altra ancora non riesce a prendere la parola.

Abbiamo una galleria molto varia di sintomi. Il denominatore comune consiste nel fatto che dove c'è sintomo c'è restringimento della vita, dove c'è sintomo la vita non sembra potersi manifestare in tutta la sua pienezza, c'è mutilazione, qualcosa che ostacola la vita, la blocca.
Dunque la domanda che una persona fa al medico - se il sintomo riguarda il corpo, come una malattia cardiaca, una cellula tumorale - è equivalente da questo punto di vista ad un'impotenza sessuale; si tratta cioè di qualcosa che mi blocca la vita, impedisce alla vita di auto-affermarsi.
La domanda che scaturisce da qui - che si rivolge al medico o allo psicoanalista - è una domanda di liberazione: «Liberami dal male».
Chiaro che per il medico il male ha uno statuto organico, ci sono delle cellule alterate, dei valori del sangue alterati, ma il male di cui soffrono invece i nostri pazienti è invisibile, senza cellule, senza sangue, non organico, anche se può coinvolgere il sangue, le cellule, il corpo, come accade con l'isteria dove è il corpo che mostra il sintomo.

Ma la domanda di cura è sempre una domanda di liberazione:
«Voglio poter vivere altrimenti. Voglio poter vivere in un altro modo».
«Mi tolga l'ostruzione alla carotide, mi tolga l'ostruzione alla possibilità di amare qualcuno». Da questo punto di vista non c'è molta differenza e il sintomo è avvertito sia nella clinica medica che in quella psicoanalitica come una presenza di un corpo estraneo, vale a dire: «Cos'è che mi fa fare queste cose che non voglio?». San Paolo diceva: «Perché faccio quello che odio? Perché non faccio quello che amo? Perché queste vertigini mi impediscono di vedere, mi annebbiano la vista, che cos'è questo male?».

Il sintomo è "egodistonico", nel senso che entra in un rapporto di estranietà con l'Io, è un corpo estraneo che può prendere forme (in psicoanalisi) che investono innanzitutto il corpo stesso di una persona: disturbi gastrici, comportamenti anoressico-bulimici, emicranie, malesseri di ogni genere e specie, attacchi di panico, problemi cardio-vascolari di origine psichica, e la clinica dell'isteria è solo un capitolo dei sintomi del corpo.
Può investire il pensiero (come accade in maniera elettiva nella nevrosi ossessiva) e allora ci sono i fenomeni di ruminazione continua (ossessioni), di dubbio, di un'affettività che non si governa, che emerge in un pianto improvviso, in un sentimento di angoscia, rimuginìo sul senso della vita che si contrae su se stessa, pensieri bizzarri che ci attraversano, come ad esempio l'essere in chiesa e pensare a bestemmiare, studiare nella propria camera e vengono alla mente parole oscene pornografiche, sono a tavola con la famiglia e mi attraversano fantasie sadiche di distruzione, sono le bizzarrie che investono il pensiero.

Allora abbiamo sintomi del corpo, l'isteria è il modello, sintomi del pensiero, la nevrosi ossessiva è un altro modello, e sintomi soprattutto delle relazioni, cioè le persone che si rivolgono allo psicoanalista - e quindi non vanno dal medico - perché hanno problemi nelle relazioni, "qualcosa non funziona". Perché alla fine i miei legami si trasformano sempre in legami di odio?
Perché non riesco ad avere legami? Perché se desidero un uomo sto con una donna? Perché entro nei rapporti con gli altri sempre nella posizione di figlio? Queste sono alcune delle domande con cui le persone si presentano in psicoterapia. Una delle differenze tra la clinica medica e la clinica psicoanalitica è che il sintomo analitico deve essere avvertito dal soggetto.
Nella clinica medica, noi possiamo essere malati: le nostre transaminasi possono essere sballate, possiamo non avere sintomi, ma se facciamo un controllo verifichiamo che il nostro corpo è malato. Tutta la medicina della prevenzione si basa su questo: come cogliere i primi segnali della malattia presenti nel corpo laddove il soggetto non percepisce ancora il sintomo. Questo in psicoanalisi non esiste, nel senso che una persona ha un sintomo quando lo dichiara, quando ce ne parla.

Il sintomo in psicoanalisi ha uno statuto di sofferenza.
Lo psicoanalista al primo incontro fa un po' come il pediatra: «Dimmi dove ti fa male. "Tocca" il punto dove ti fa male». Chiede al paziente che lo ha interpellato: «Dov'è che ti fa male? Dov'è che senti male?».
Allora uno può dire: «Ho dei pensieri bizzarri», l'altro può dire: «Ho continui stati di gastrite, coliti». Ma un altro può dire: «Sento male, è mia madre che mi fa male, è mio marito che mi fa male, è il fatto che non so cosa desidero che mi fa male». Cioè il piano della relazione fa male quanto la gastrite, la colite o quanto il pensiero invasivo e bizzarro.

Dunque lo psicoterapeuta "pediatra", è per dare un'immagine che mi sembra piuttosto concreta della nostra clinica.
La parola che viene detta a proposito del dove ti fa male è più vera.
Allora cosa facciamo noi con un paziente che arriva con un suo sintomo, o con un corteo di sintomi? E sottolineo che vanno dallo psicoterapeuta per il sintomo, perché alcuni non ne possono più di quel sintomo, altrimenti starebbero a casa tranquilli. Questa è una mezza verità, però da un punto di vista empirico possiamo partire da qui.

Allora lo psicoterapeuta ad orientamento analitico, come accoglie la sofferenza del sintomo? C'è un'operazione che noi facciamo subito, nei primi colloqui, che è trasformare il corpo del sintomo in un corpo storico.
Nel senso che dal corpo del sintomo dobbiamo cominciare ad estrarre lentamente il corpo della storia di una persona, trasformare cioè il sintomo in storia. Questa è la prima operazione che è in fondo il grande insegnamento di Sigmund Freud (medico neurologo e psicoanalista). Che cos'è un sintomo?
È un pezzo di storia e più precisamente, è il luogo dove risiedono la storia traumatica di una persona, le vicende più scabrose, più difficili da metabolizzare, le ferite, le esperienze più dolorose della vita.

Nel sintomo dobbiamo rintracciare la storia della persona, isolarne il testo storico. Ed è per questo che la prima operazione che l'analista fa sul sintomo è la sua storicizzazione, cioè non solo l'anamnesi clinica - da quando sente questo, qual'è la prima volta che è apparso, quali altri fenomeni ha vissuto - ma al di là dell'anamnesi, che pure è un movimento necessario e indispensabile, l'interrogazione sarà sulla storia soggettiva, non raccogliere gli elementi di una biografia, non interessa cioè ordinare gli eventi cronologicamente, ma al contrario interessano i "tornanti" fondamentali di una vita, la logica di una vita.
E quindi nel testo storico quello che ci interessa di più sono i pezzi che mancano, sono i vuoti, sono le lacune, come dice Lacan: «i capitoli bianchi», cioè (per Freud) ciò che il paziente non ricorda.
Da una parte abbiamo il sintomo che appare come un pezzo di storia che non viene ricordato dalla persona - e che dunque si cristallizza come sofferenza - dall'altra parte il lavoro dell'analista che invita al lavoro della memoria. Da una parte il sintomo che è un punto di assenza di memoria e dall'altra parte il lavoro analitico che invita a ricordare e, nell'analisi, il paziente spontaneamente ricorda.

Certo che una buona operazione di un'analista è domandare sempre: «Lei mi sta descrivendo questa situazione, dove ha già visto quello che la sta traumatizzando?». Dunque la prima operazione è la trasformazione del corpo del sintomo nel corpo storico, la storicizzazione del sintomo.
Ma il sintomo è il segnale di un passato particolare che non passa, che non vuole passare e si ripete. Per esempio la sensazione di un mio paziente di essere sempre in difficoltà quando professionalmente si trova confrontato con figure paterne, superiori. Ecco che nel sintomo di inibizione di questa persona quello che torna, quello che non smette di ripetersi dal racconto che porterà nelle settimane successive alla descrizione del suo sintomo è un'immagine indelebile di una smorfia del padre, una smorfia giudicante.

Allora si può dire che per un verso l'analisi è un'esperienza della memoria, noi cioè dobbiamo rintracciare l'origine storica del sintomo, dall'altra parte dobbiamo fare attenzione a fare questo lavoro della memoria, spingerlo a fondo radicalmente per disattivare la memoria, perché non ci sia più quella smorfia. Come dire: ricordare per poter dimenticare.
Questo è un po' il paradosso del lavoro dell'analisi, che è lavoro della memoria ma non per incistare il soggetto, ma per potersi liberare da questo passato che non smette di tornare, da questo passato spettrale. Da una parte potremmo dire: ricordare guarisce, la memoria cura, ma dall'altra la presenza ossessiva del passato, di quella smorfia del padre avvilisce la vita e dunque noi inneschiamo il mantenimento della memoria finalizzato a rendere possibile una separazione dalla memoria, un oblio, un punto di dimenticanza. Ed è un lavoro che richiede energia e tempo psichico.

Lacan a partire da qui mette l'accento per gran parte della sua opera sull'identità tra l'esperienza del sintomo e l'esperienza della verità.
Il sintomo è il luogo della verità, della verità del desiderio inconscio del soggetto. Il sintomo ci dice cosa il desiderio è stato nella storia di una persona. Cosa significa dire che è il luogo della verità del soggetto dell'inconscio, della verità del desiderio?
Significa che il sintomo è innanzitutto un'occasione per la persona.

Il malessere del sintomo non è una maledizione, è un'occasione di cambiamento, di trasformazione, dove c'è sintomo c'è possibilità di cambiamento. Pensiamo per esempio ad una persona che ha attacchi di panico. Il panico è solo un momento di perdita del controllo su di sé, di smarrimento, di disorientamento vertiginoso? Certo che è tutto questo, ma dobbiamo anche leggere nell'esperienza del panico che così non posso vivere, ho bisogno di aria.

Il panico è fame d'aria. Arriva per mostrare al soggetto che si trova in una prigione ed ha necessità di liberarsi. Quasi sempre implica questa dimensione di claustrazione. È vero che gli attacchi di panico avvengono quando si è in coda in autostrada, al cinema, al supermercato affollato, ma il problema non è tanto che è la situazione esterna che genera il sentimento di soffocamento del panico, ma che la claustrazione è interna; il soggetto si sente e vive in una prigione, e reagisce invocando l'aria.

Il sintomo è sempre un'invocazione di una liberazione. Lacan dice: «L'uomo grida con il suo sintomo, come una verità che diventa grido».
Nel grido noi possiamo leggere anche il fatto che il sintomo è un appello all'altro, si rivolge all'altro per essere ascoltato, per essere decifrato.
In sostanza il sintomo come verità è un'apertura all'altro. C'è un termine che Lacan usa insistendo col dire che il sintomo come verità è un simbolo del desiderio rimosso, che è rimasto senza possibilità di realizzazione.

Quando il desiderio non trova possibilità di realizzazione si traduce in sintomo, diventa grido. Allora l'operazione che l'analista fa, in fondo, è tradurre il simbolo del sintomo per permettere al desiderio di trovare la sua giusta realizzazione, intendendo giusta per quel soggetto.
Lacan dice anche che questo «simbolo è scritto sulla sabbia della carne», nel senso che le scritture sulla sabbia vanno e vengono, sono aleatorie.
Il sintomo come simbolo scritto sulla sabbia si scioglie quando viene interpretato nel modo giusto, cioè a partire dal desiderio.

Ogni sintomo porta con sé un rebus da sciogliere, un enigma da risolvere.
La persona si trova in una posizione paradossale rispetto al sintomo, perché da una parte si trova di fronte a qualcosa che non comprende (enigma), il sintomo è il luogo della verità, ma questa parla una lingua straniera che il soggetto non conosce, a cui manca il dizionario per tradurli. Il paziente pensa che l'analista sia questo dizionario e va da lui pensando che gli decifri la lingua straniera del suo sintomo.

In realtà l'analista opera muovendo il soggetto al lavoro affinché egli stesso si incarichi di tradurre la lingua straniera del suo sintomo. Quindi la seconda caratteristica del sintomo riguarda il fatto che questo enigma (che dice la verità) riguarda la parte più inaccessibile di me.
Questa implicazione soggettiva è la differenza fondamentale con la clinica medica, perché una persona che incomincia ad avvertire dei sintomi bizzarri, delle paresi al mignolo, delle vertigini e poi delle difficoltà muscolari alle gambe sono tutti piccoli enigmi, poi va dal medico che gli dà la diagnosi.

Questo accade anche in una psicoterapia psicoanalitica, con la differenza però che quando una persona va dallo psicoterapeuta ha una certezza in più: «Io non so perché con lei faccio così. Con mia madre faccio così, con il mio capo faccio così... la mia vita è un casino, ma sono certo che tutto quello che patisco come sintomo mi concerne, mi riguarda».
Altrimenti non vado da un analista, ma vado da un medico, un astrologo, da qualcuno che mi dice che cosa mi è capitato dall'esterno.
Ma Lacan non si ferma qua, procede e fa un ultimo salto, che è quello più importante, più difficile da intendere quando dice che nel sintomo c'è anche qualcosa che è nell'ordine della pietra, cioè una sua dimensione pietra. Quest'ultima, a differenza della sabbia, è una dimensione che persiste, insiste, non si lascia cancellare facilmente dall'onda del mare.

Il sintomo pietra si manifesta attraverso la coazione a ripetere - la ripetizione - che rappresenta la dimensione infernale di restringimento della vita, che me la rovina. È qualcosa che mi fa godere, che mi dà un piacere bizzarro, che mi dà un identità e per questo io sono attaccato al mio sintomo. Freud lo considerava come luogo di tornaconti, primari e secondari. Questo significa che diversamente dalla clinica medica che vede il sintomo come un'alterazione nociva alla vita da guarire, per il soggetto il sintomo è la cosa più cara, che lo rende inconsciamente più felice, di cui non vorrebbe mai fare a meno, che gli dà garanzia, lo sostiene, gli dà identità e godimento.

Una definizione capitale di Freud è: il sintomo è sempre «una formazione di compromesso». Con questo intende che nel sintomo c'è al tempo stesso un desiderio inconscio che tende a manifestarsi e da un'altra parte una censura. È sempre l'esito di due forze contrapposte. È sempre uno e l'altra faccenda insieme (sabbia e pietra assieme).

In sintesi una buona psicoterapia psicoanalitica punta a liberare la persona dal sintomo, nel senso che possa assumere radicalmente il proprio sintomo. Non dirà più: «Ho questo a causa tua, perché ci sei tu!», che è quello che fa il nevrotico e ogni analizzante per molto tempo.
«Certo che quello che ho viene da te, perché se tu fossi stato un padre diverso non sarei così ma adesso è mio, ed io sono questo».
Arrivare a dire a fine di un percorso di psicoterapia psicoanalitica: «Io sono questo, e con questo intendo dire tutto quello che l'Altro ha fatto di me, ma io assumo e incorporo e posso fare mio».

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