La violenza sulle donne

Articolo pubblicato il 7 Marzo 2014.
L'articolo "La violenza sulle donne" tratta di: La Famiglia.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Paola Danieli.

Otto marzo e violenza sulle donne
In occasione dell'otto marzo, giornata in cui si celebra la donna, mi sembra importante toccare il tema della violenza sulle donne.
Nel 2013 in Italia sono state ammazzate per mano maschile circa 150 donne. I numeri sono in aumento di anno in anno e si dibatte se questo sia dovuto ad una maggiore attenzione al fenomeno o ad una vera e propria escalation di abusi.

La violenza ha molte facce: alcune più eclatanti che leggiamo tutti i giorni sui giornali, altre più subdole e quotidiane, che molte vivono tra le mura domestiche. Anche se tutte le violenze alle donne sono causa di grandi sofferenze e umiliazioni, di esse si è parlato poco o niente fino ad alcuni anni fa, perché coperte da tabù e vergogna. Ho voluto scrivere questo articolo sulla violenza di genere perché, pur essendo a contatto quotidianamente con questa realtà, ritengo non finisca mai di sorprendere e di risuonare continuamente sull'identità femminile.

Perché non se ne va? Pensano molte donne e molti uomini quando sentono parlare di una donna che subisce violenza in famiglia.
Attraverso questa affermazione si allontana il fenomeno da sé, lo si colloca in un luogo remoto, che non ha confini in comune con la nostra vita e il nostro modo di pensare, che ci fa prendere le distanze e crea ostilità anziché empatia.

Le donne vittime di maltrattamento sentono di essere in qualche modo strane, isolate, non conformi, calate in un mondo in cui sono le uniche ad essere "non normali": un atteggiamento di rimozione e di negazione del maltrattamento non serve solo ad esorcizzarlo, ma a generare una collusione con esso. Rispetto al tema della violenza alle donne, così vicino e così invisibile, è indispensabile che tutti, donne e uomini, singolarmente e collettivamente, ci si assuma la responsabilità di un cambiamento.

Aspetti generali e quantitativi del fenomeno

Per poter parlare della violenza alle donne e dedurne alcune considerazioni, è necessario avere in mano i numeri e i dati che la descrivono, che fino ad un ventennio fa erano davvero scarsi: solo ai nostri giorni siamo in grado di delineare, grazie alle ricerche a disposizione, una mappa delle violenza. Questi dati e queste ricerche sono il risultato del cambiamento sociale, delle pressioni dei movimenti e del lavoro delle donne nelle istituzioni, negli istituti di ricerca e nelle organizzazioni internazionali.

Le prime ricerche sulla violenza familiare furono condotte in ambito psicoterapeutico e riabilitativo ed erano centrate sulle descrizioni della vittima e degli aggressori, riducendo il fenomeno ad un contesto patologico di disagio e di malattia1.
Negli anni '70 il movimento delle donne ha portato in primo piano la necessità di studiare la violenza di genere con strumenti adeguati, per chiarire i contorni di ciò che appariva sfuocato. Far luce su questi accadimenti ha significato, quindi, per lungo tempo, fare i conti con la mancanza di disponibilità di dati utili alla ricerca, condizione che ha inciso profondamente sulla messa a punto di azioni volte a contrastare il problema2.

La vergogna e la paura
Esso risulta molto difficile da indagare e pone problematiche di ordine metodologico, proprio per ciò che intende chiarire: la violenza alle donne è stato un fenomeno tradizionalmente censurato.
Nell'esporsi ai fini della ricerca, le vittime devono superare sia le difficoltà legate alla vergogna e alla paura, sia quelle legate ai fatti traumatici che hanno subito, che talvolta sono stati accantonati o rimossi. Nonostante tutto, negli ultimi anni, sono state avviate ricerche fondate sull'approccio di genere anche in Europa e nei paesi in via di sviluppo, facendo risaltare la quotidianità e la normalità nella quale il fenomeno si esprime, le dinamiche tra i sessi che ne sono coinvolti e il contesto familiare che lo genera.

La complessità della violenza fin qui descritta, aumenta ancora di più se si pensa al contesto al quale essa viene principalmente riferita: le mura domestiche, quel luogo, cioè che siamo abituati a pensare legato a fiducia, affetto e protezione. La violenza sulle donne è agita per la maggior parte dei casi all'interno di una relazione intima, tra marito e moglie, conviventi, fratelli, genitori, figli, parenti. Talvolta può indicare una situazione pre o post-matrimoniale, nel caso di fidanzati o coppie separate.

Cosa vuol dire leggere la violenza come un fenomeno di genere?

La violenza sulle donne, sebbene esista da sempre, è un fenomeno che è venuto alla luce solo a partire dagli anni '60, grazie ai movimenti delle donne. Prima di quell'epoca la violenza, quando emergeva, veniva ritenuta un fatto privato, frutto di disagio sociale o di problematicità di coppia.
Le stesse donne che ne erano vittime finivano con l'essere considerate diverse dalle altre donne, cosiddette "normali".
Il movimento femminista, pertanto, ha il merito di aver fatto emergere il problema, ma soprattutto di aver contribuito a farlo riconoscere come una modalità di interrelazione molto diffusa tra uomini e donne.

Relazioni tra uomini e donne
Queste relazioni sono largamente condizionate dalla società di tipo patriarcale nella quale sono immerse e la società civile ne è ed è stata fortemente condizionata: pensiamo al delitto d'onore, in vigore in Italia fino al 1981, che prevedeva sconti di pena a chi uccidesse il proprio coniuge a causa di infedeltà (di questa legge hanno usufruito prevalentemente i mariti). Più in generale, solo con il nuovo diritto di famiglia del 1975 non persiste più l'autorità del marito sulla moglie e sui figli e sono stati dichiarati illeciti i mezzi di correzione e di disciplina che erano ammessi prima dell'entrata in vigore del nuovo codice.

Da problema personale a problema sociale
Questa nuova ottica ha avuto il merito di contribuire a realizzare il passaggio del punto di vista sulla violenza alla donne: da problema personale a problema sociale, mettendone in discussione anche l'approccio clinico, che fino a quel momento reputava la questione della violenza sulle donne in termini "neutri", senza considerare cioè gli aspetti sociali e storici che lo descrivono. Da allora l'espressione "violenza contro le donne" è stata usata per descrivere una serie di comportamenti di tipo violento che gli uomini agiscono nei confronti delle donne, che vanno dallo stupro, alle molestie, ai maltrattamenti, alla violenza fisica a quella psicologica e che, di recente ha fatto emergere anche maltrattamenti legati alla mutilazione dei genitali femminili, alla prostituzione coatta e ai matrimoni forzati.

Il termine violenza di genere, anziché porre l'accento sul tipo di violenza agita, lo pone sui soggetti chiamati in causa: il genere maschile e quello femminile. Il fenomeno incide trasversalmente su tutte le classi e, contrariamente agli stereotipi che spesso lo accompagnano, non è collegato a particolari patologie, dipendenze o disagi sociali.
Tutto questo rinforza la tesi della possibilità di interpretazione attraverso parametri sociali e antropologici: la violenza di genere è legata alla dominanza del genere maschile su quello femminile, che caratterizza tutte le società umane. Esistono, quindi dei comportamenti socialmente ammessi che rappresentano modelli interpretativi del fenomeno: dal ruolo della donna, a quello del marito o padre, come tutti noi siamo comunemente abituati ad intenderli, fino ad espressioni eclatanti, legate alla donna percepita come "proprietà" dell'uomo.

Recentemente, inoltre, con l'aumento del potere sociale, le donne vengono rappresentate, soprattutto dai mass media, come un "gruppo sociale" che rappresenta "l'altro da sé" e quindi nemico o antagonista.
Da questa percezione ne deriva un'altra legata all'autoreferenzialità maschile che interpreta le azioni delle donne secondo codici propri degli uomini, che non prevedono quindi un reale riconoscimento e scambio reciproco.
Tutto ciò viene ulteriormente aggravato dal fatto che, se la violenza esercitata sulle donne attinge a codici culturali profondamente radicati, chi la subisce difficilmente ne ha percezione, percependosi essa stessa come oggetto esclusivo dell'uomo. La violenza di genere, infine, è riconosciuta a livello internazionale e l'ONU la descrive in questi termini:

"La violenza fatta alle donne designa tutti gli atti di violenza fondati
sull'appartenenza al sesso femminile, che causano o sono suscettibili
di causare alle donne danno o delle sofferenze fisiche, sessuali, psicologiche
e che comprendono la minaccia di tali atti, la coercizione o la privazione
arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica sia nella vita privata
"3.
Note
  1. Radford Loraine, L'impegno contro la violenza alle donne in Inghilterra: ideologie, politiche e pratiche, in Romito Patrizia (cur.), "Violenza alle donne e risposta delle istituzioni", Franco Angeli, Milano, 2000, 24
  2. Creazzo Giuditta, "Mi prendo e mi porto via", Franco Angeli, Milano, 2003
  3. Dichiarazione dell'ONU sulla eliminazione della violenza contro le donne - novembre 1993

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