Stress e abilità di coping: familiari di pazienti con patologia psichiatrica cronica

Articolo pubblicato il 1 Luglio 2015.
L'articolo "Stress e abilità di coping: familiari di pazienti con patologia psichiatrica cronica" tratta di: Stress, Caregiver e Terapia Cognitivo Comportamentale.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Marilisa Cristofoli.

Lo spunto per scrivere questo articolo è nato da un estratto della mia tesi di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (2006), in cui ho descritto un progetto di ricerca a cui ho partecipato come Psicologa Psicoterapeuta.
Si tratta del progetto "Aiutiamoci a vivere meglio" svoltosi (tra il 2005 e il 2006) e rivolto a familiari di pazienti con patologie psichiatriche croniche.

Dai presupposti di questo progetto (come si evidenzia anche da molti altri studi e ricerche scientifiche nazionali e internazionali), emerge la presenza di distress e/o depressione nei familiari, o più in generale nei caregivers che si prendono cura di persone con una malattia psichiatrica cronica.

Il bisogno comune espresso è lo stesso, ossia ricevere interventi supportivi specifici affinché i familiari acquisiscano e migliorino il proprio coping gestionale e prevengano così le ricadute.
Quindi parlare di distress come fattore predisponente e concausale della depressione, porta a riflettere su cosa fare una volta diventati consapevoli di ciò e, di conseguenza, come gestirsi.

Il passo è breve per considerare le "abilità di coping".

Abilità di Coping

Il termine coping significa: "riuscire ad affrontare", "affrontare con successo", "riuscire a far fronte a..." ed è legato alla capacità di definire i propri stati di sofferenza in termini di problemi da risolvere, operazioni mentali da fare, o alla capacità di eseguire e rielaborare strategie adeguate sempre più complesse ed efficaci verso il benessere.

Quando abbiamo individuato qual è il problema da risolvere è "come ci si pone" - quindi l'atteggiamento mentale nei confronti della situazione - che ci porta alla risoluzione più adatta al problema.
Il coping è dato da questo sforzo cognitivo:

  • valutazione cognitiva e consapevolezza di essere in una situazione alla quale non possiamo sottrarci;
  • sapere che dobbiamo affrontarla indipendentemente dall'esito;
  • attuare uno sforzo che non è legato solo a un comportamento visibile, ma anche e soprattutto mentale;
  • avere risorse personali per iniziare questo processo di coping.

In genere le persone attuano sempre le stesse strategie di coping, sia che esse siano funzionali e adeguate, sia che non lo siano.
Talvolta non considerando neppure la possibilità di modificarle per un adattamento migliore.

Quindi parliamo anche di stile di coping.
Gli stili primari sono due: uno "strumentale/attentivo" che è maggiormente efficace a lungo termine, l'altro "evitante/emotivo", molto più efficace a breve termine. Un esempio: un familiare depresso può reagire allo stress sfogando eccessivamente la propria emotività nel gruppo di terapia, per poi essere indirizzato a utilizzare l'orientamento al problema come strategia strumentale più efficace.

Il coping può quindi essere orientato sia al problema che alle emozioni.
Non è detto che l'uno sia disfunzionale o male-adattivo rispetto all'altro, anche perché possono essere usati entrambi, in tempi differenti.

  • Per il coping al problema, infatti, l'importante è "fare", ossia l'attivarsi per "provarci", indipendentemente dal risultato.
  • Per il coping emotivo invece, non vi è orientamento alla modificazione della situazione, ma a una "ristrutturazione" interna.

Infatti quest'ultimo è più cognitivo e orientato alla visualizzazione del problema in termini differenti. Si può parlare anche di coping "accomodativo" (di modificazione dell'ambiente per adattarlo a sé) o di coping "assimilativo" (di accomodamento di sé all'ambiente).

Il coping efficace delle patologie mentali gravi è quello multidimensionale, con focus continuo alla malattia e la possibilità di misurazione continua (monitoraggio).
La Canadian Mental Health Association ha inserito - oltre allo stile di coping orientato al problema (che tende ad affrontare lo stressor in maniera diretta) ed emotivo (che non affronta il problema ma le emozioni e cerca il supporto sociale) - quello orientato all'evitamento/distrazione, tipico di quelli che si immergono nel lavoro per dimenticare lo stress.

Parlare di stress e coping quindi rimanda inevitabilmente anche alle abilità di problem solving possedute, da modificare/rivedere, da acquisire ex novo perché mai diventate parte del nostro bagaglio di strategie, da affinare/migliorare.

Tornando all'aspetto cognitivo dello stress: le persone stressate sono più inclini a ragionare per categorie, soprattutto quando gli stimoli sono ambigui, ed esprimono un gran bisogno di vedere il risultato finale.
Inoltre, in situazioni sociali problematiche, il loro stress elevato si associa a bassa confidenza (aprirsi e parlare di sé diventa molto difficile) e a maggior preoccupazione (con più pensieri negativi quando devono risolvere problemi sociali) e infine sono maggiormente evitanti.
Evitano soprattutto il confronto diretto più di quanto non facciano i meno ansiosi. Tutte queste caratteristiche sono state riscontrate nei familiari del Progetto "Aiutiamoci a vivere meglio".

Gli stimoli ambigui, la presenza di preoccupazioni e pensieri negativi ci portano a considerare le distorsioni e gli schemi automatici mentali dei caregivers depressi (e più in generale delle persone).
Se i pensieri negativi automatici mantengono emozioni negative allora, in base ai principi della Terapia Cognitivo-Comportamentale (cioè il pensiero determina le conseguenze, quindi le emozioni) nei caregivers è possibile applicare il modello Cognitivo della depressione per spiegare anche il processo di stress.

Quando le interpretazioni diventano stabili e durature, parliamo di schemi e il modo di leggere la realtà si basa sulla conferma di quanto vediamo, oppure sul consolidamento di aspettative negative che, a lungo andare, vengono avvalorate (le profezie che si autoadempiono).
Come sostiene Meichenbaum, gli stressor possono causare questi schemi cognitivi negativi che, nei familiari (caregivers), si evidenziano mettendo in luce i loro schemi di "vulnerabilità", come risposta automatica.

Terapia Cognitivo-Comportamentale

La Terapia Cognitiva aiuta a modificare questi schemi e offre aiuto nell'acquisizione di abilità di fronteggiamento dello stress personalizzate.
Per esempio se gli stressor ai quali sono sottoposti i familiari creano in loro elevato coinvolgimento emotivo - quindi una elevata emotività espressa - allora significa che necessitano di un coping orientato al distacco dal problema, per poter circoscrivere l'obiettivo, rendendolo più controllabile e quindi più semplice da affrontare per passi.

Si parla di problem solving sociale, in quanto è legato all'intelligenza emotiva delle persone e alla previsione di competenza sociale personale, che va oltre il semplice problem solving risolutivo.

Parlare di intelligenza emotiva significa considerare le competenze emotive in cui consapevolezza, padronanza di sé, motivazione, empatia e abilità interpersonali sono bilanciate al meglio.
Ad esempio l'eccessiva empatia - cioè l'eccessivo interesse per i bisogni altrui - conduce ad assistenzialismo puro, con conseguente riduzione dei propri rapporti sociali, sino alla demotivazione di sé.

Questa è la situazione di un familiare depresso o un caregivers di-stressato.
Però se da un lato la famiglia può essere fonte di distress, dall'altro concettualmente parlando, possedere un senso di famiglia molto forte può orientare pensieri, sentimenti e comportamenti delle persone in senso positivo, diventando una strategia efficace e utile, un fattore protettivo contro il distress.

Nel progetto preventivo e di cura a cui ho partecipato ("Aiutiamoci a vivere meglio"), si è pensato di fornire sostegno ai familiari di pazienti con disturbo psichiatrico grave, dando loro un coping adeguato di fronteggiamento del distress, promuovendo competenze e sviluppo di risorse personali alternative a quelle utilizzate, attraverso un trattamento Cognitivo-Comportamentale (TCC) con l'uso di un manuale ad hoc.
Questo obiettivo è derivato da un'attenta valutazione dei bisogni primari dei familiari che si prendono cura direttamente di persone malate e dalla consapevolezza (in loro) di avere una certa vulnerabilità.

Nel momento in cui i familiari sono sgravati di questo carico stressante (oggettivo e soggettivo) - acquisendo tecniche e metodi di gestione efficace per sé - ne ottengono anche quella energia e forza positiva necessarie, che andranno a vantaggio di sé, del malato, del sistema familiare.

Quindi lo scopo generale è migliorare l'umore e la qualità di vita dei familiari; quello specifico: migliorare "le capacità di riconoscere e affrontare periodi di umore depresso e specifiche manifestazioni depressive" dei familiari, ai quali si sono aggiunti tutti gli obiettivi di approfondimento e pratici legati alla gestione della patologia, alla relazione, all'uso di manuali per i trattamenti etc.

Concludo dicendo che i sintomi depressivi generalmente vengono sottovalutati e non ricevono un adeguato trattamento, pur evidenziandosi in molti studi scientifici, che rilevano la presenza di sintomi depressivi nel 38-60% dei caregivers di pazienti psichiatrici gravi.

Da ciò ne deriva l'esigenza continua di fornire e attuare, ad oggi, dei programmi preventivi e di cura della depressione - al cui interno una parte è orientata ampiamente alla gestione del coping dello stress - specificatamente per familiari in quanto, innanzitutto, si dimostrano applicabili (anche in gruppo e con manuale) e molto efficaci.

Bibliografia
  • Cristofoli M., "Tesi di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale", 2006, pagg. 377-396
  • Cristofoli M. et Al., "Applicabilità ed efficacia della psicoterapia cognitivo comportamentale e dei gruppi di auto-mutuo-aiuto nei familiari depressi di pazienti psichiatrici", XIV Congresso Nazionale A.I.A.M.C., Genova, 2007

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