Dott. Roberto Pozzetti
Attacchi di Panico e Psicoanalisi, Cantù (CO) - Como (CO)

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La Cura degli Attacchi di Panico

Articolo pubblicato il 28 Agosto 2015.
L'articolo "La Cura degli Attacchi di Panico" tratta di: Attacchi di Panico e Psicoanalisi (Sigmund Freud).

Tornerà il panico?

Fra le forme di sofferenza più diffuse oggigiorno vi è sicuramente quella relativa all'esperienza degli attacchi di panico.
Cambia la vita: la rovina, la deturpa, la distrugge.
Eppure - se anziché contrastare il panico cercando di sconfiggerlo quasi fosse un nemico - se ne coglie la logica inconscia tutto può evolversi favorevolmente nella propria esistenza. Ho dedicato diversi articoli e un intero libro ("Senza confini", Franco Angeli, 2007, giunto alla sua terza edizione, dopo due ristampe) al problema clinico del panico.

L'esperienza sconcertante e indimenticabile del primo Attacco di Panico - in cui il cuore batte in modo sempre più intenso, e il corpo sembra incontrollabile - lascia una traccia ardua da cancellare.
La paura che ne scaturisce è quella di essere stati colpiti da un brutto male, ad esempio di essere a rischio di un infarto. Per questo ci si rivolge in modo allarmato e convulso a un clinico, sovente al Pronto Soccorso.

Si crede di avere un qualche disturbo, iniziando il giro delle indagini cliniche, degli accertamenti e degli esami; si teme un infarto o una imminente pazzia. Si ricerca da subito un aiuto, il conforto del partner, di un'amicizia oppure di un Terapeuta esperto.
Pian piano, imparando dall'esperienza, quando si ripresentano nuove avvisaglie di ansia, le si affronta con meno terrore, con maggior fiducia di poterle superare senza un esito mortale né più così drammatico.
Ma il ricordo di quanto si è vissuto non scompare del tutto e rimane un certo stato di allerta.

Il vero problema di chi soffre di panico è proprio questo: non riesce del tutto a superare quella paura, quella preoccupazione che permane, sempre. Così, chi ha provato un attacco di panico tende a restringere il proprio raggio d'azione, a limitare molto i propri margini di manovra.
Accolta la domanda impetuosa di chi sperimenta l'attacco di panico, attenuata la burrasca di un appello affannoso volto all'aiuto e al conforto, si può delineare la logica della posizione soggettiva di ciascuno.
Dietro ogni caso di crisi di panico rinveniamo alcune particolarità, una storia peculiare, delle modalità di funzionamento specifiche.

Le situazioni di insorgenza

In effetti la logica che fa scaturire il panico giunge a delinearsi con relativa facilità. Si tratta di prestare attenzione al momento in cui ha inizio questa problematica.
Questo fenomeno inquietante si situa in un contesto preciso: si tratta solitamente di situazioni di solitudine o viceversa di intensa aggregazione.

Quando la persona si accorge di come l'attacco tende a presentarsi in un certo ambito, in certe circostanze, in precise atmosfere relazionali, ha già dato un nome al suo terrore.
Il terrore senza nome, descritto dallo Psicoanalista inglese Wilfred R. Bion, si può ben presto circoscrivere nella forma di una fobia. Il soggetto si rende conto di aver paura della solitudine oppure di provare timore nello stare in ambienti in cui vi sono molte persone.

Nel primo caso, la paura di rimanere soli, si può considerare il panico prima di tutto una difficoltà di separazione. La persona che lamenta ricorrenti Attacchi di Panico ha sovente difficoltà nel distacco e richiede spesso la presenza di un accompagnatore. Se questi gli sta accanto ed è reperibile in caso di bisogno, la sua preoccupazione si riduce molto.

Svariate sono le figure dell'accompagnatore.
Importante è che sia qualcuno di cui la persona si fida, che sa del problema del panico e con il quale si è stabilito un legame affettivo rassicurante.
Può trattarsi della madre, del padre, di un amico, della moglie.

La domanda d'amore viene espressa allora in un'insistente e pressante richiesta di attenzione, di cura, di sostegno.
Lo notiamo fin dal primo appuntamento, al quale il paziente giunge quasi sempre accompagnato, in un modo peculiare del panico stesso, distinto da quanto avviene in altri sintomi quali alcolismo, tossicodipendenza e disturbi del comportamento alimentare.

Un secondo tipo di contesto specifico dell'insorgenza delle crisi di panico, quello dell'ambiente affollato, indica piuttosto la carenza del legame ivi instaurato. La persona vi sperimenta un disagio nuovo, improvviso, che lo sorprende fino a terrorizzarlo. Ne consegue un progressivo depauperarsi della sua capacità di recarsi laddove potrebbe incontrare ancora un'elevata presenza di persone sconosciute.

Le elaborazioni dell'antropologo francese Marc Augé sono in tale prospettiva preziose, a partire dalla sua proposta di definire "nonluoghi" quegli ambiti caratterizzati dalla concentrazione di un elevato numero di individui, in un rapporto di tendenziale anonimato. La definizione sociologico-antropologica del luogo lo caratterizza come uno spazio relazionale associato a una storia e a una cultura localizzata nello spazio e nel tempo.

I nonluoghi, definiti di recente da Marc Augé anche come "iperluoghi", risultano al contrario privi di una memoria storica e di una cultura specifica. Si tratta di posti come centri commerciali, mezzi di trasporto anche molto moderni (aerei, treni, metropolitane), infrastrutture (autostrade, stazioni, aeroporti). Nei non luoghi, in quei momenti, la persona può sperimentare un'ulteriore solitudine.
E sono in effetti questi i contesti in cui il soggetto vive classicamente gli Attacchi di Panico oppure teme con maggior preoccupazione che l'attacco, vissuto come una sorta di entità mostruosa e ingovernabile, possa ritornare.

Il panico tende a manifestarsi, in effetti, quando crolla il legame sociale e affettivo oppure quando tale legame non risulta più funzionale. L'epoca contemporanea, nella quale si accentua sempre più lo spinoso problema del precariato lavorativo, sembra paradigmatica a proposito. Vediamo oggi un passaggio da modalità di produzione economica di stampo territoriale, basate sul lavoro contadino nei campi e operaio nelle fabbriche, a una produzione più evanescente e de-territorializzata che trova nei diffusi impieghi online il suo apice. E anche questo determina delle importanti ripercussioni sul panico stesso.

Decenni fa, ad esempio, si entrava a lavorare in una fabbrica, come operai oppure come impiegati, appena adolescenti e vi si restava per tutta la vita. Il luogo di lavoro diveniva una sorta di seconda casa e i colleghi assurgevano alla dignità di seconda famiglia per la costanza e l'affettività di taluni legami instaurati, caratterizzati dall'amicizia e talvolta anche dall'amore.
L'imperante richiesta di flessibilità come rovescio della medaglia del precariato stesso, il rischio di finire per ingrossare il novero - oggigiorno crescente - dei cassintegrati oppure dei disoccupati, la prassi di riciclarsi in mansioni sempre nuove, l'ineluttabilità degli spostamenti in aree nelle quali l'azienda viene ubicata per poter continuare a lavorare, sono tutti fattori che favoriscono l'Attacco di Panico.

Vi è dunque un proliferare dei nonluoghi, nei quali il soggetto incontra una moltitudine di persone ma non intrattiene con loro una vera e propria relazione, sentendosi piuttosto isolato. Emerge allora un fenomeno come il panico diffuso nel corpo, con la preoccupazione che ne deriva.

Il panico e la vita

Il celebre Psicoanalista francese Jacques Lacan sosteneva una tesi precisa, quando venne intervistato dalla rivista "Panorama", in occasione di un convegno a Roma intorno alla metà degli anni Settanta: «Quando gli accadono cose, persino volute da lui, che non capisce, l'uomo ha paura. Soffre di non capire, e a poco a poco entra in uno stato di panico».
Perciò, nella clinica di Lacan, la paura risulta molto attinente al panico.

La paura sfocia nel panico e le crisi di panico instillano il dubbio e il timore di un ripresentarsi di esperienze terribili, spaventose, da paura.
La mia tesi fondamentale è che le paure del panico possano rinviare alla pulsione, soprattutto alla pulsione di vita.

Il panico e le costruzioni di stampo fobico succedanee si imperniano su alcune paure classiche: di morire, impazzire, perdere il controllo.
Il timore conscio sembra lasciar tradire un desiderio inconscio. È questo concetto - il concetto del desiderio - strettamente embricato con quello della pulsione a costituire uno dei concetti fondamentali della Psicoanalisi.

Quanto ho descritto nei primi due paragrafi credo possa trovare l'accordo di tutti i Clinici, indipendentemente dal loro orientamento teorico e dalla loro formazione. Quando si avanza in campi quali quelli della pulsione, del desiderio e della sessualità, si incontra invece un settore al quale la Psicoanalisi si è sempre dedicata e che tuttora considera fondamentale.

Molti pazienti sono giunti da me in quanto insoddisfatti di precedenti percorsi che avevano contribuito ad attenuare l'esperienza del panico, lasciando però irrisolte basilari questioni di tal genere.
Ogni essere umano - indipendentemente dalla sua età, dalla sua posizione soggettiva e dalle sue problematiche - sperimenta la sessualità.

Portiamo un esempio concreto: nella Psicoanalisi classica, la paura di uscire di casa può rappresentare la paura della strada quale luogo della prostituzione. Nelle donne può sostituire il timore di essere vista come una prostituta, di cedere a impulsi erotici proibiti e intollerabili.
Negli uomini può stare a significare il desiderio di lasciarsi andare alla tentazione di avere rapporti sessuali con delle donne di facili costumi.

L'agorafobia per Sigmund Freud è dunque paura di tentazioni sessuali.
Nel soggetto agorafobico, e più radicalmente panicato, emergono tutta una serie di limitazioni e di inibizioni per evitare innanzitutto un pericolo pulsionale. Le paure del panico stanno a rappresentare, prima di ogni altra implicazione, un desiderio sessuale. Viene descritta la paura della morte, ad esempio dovuta a un problema cardiaco. In effetti quella che assale il soggetto nell'Attacco di Panico è piuttosto la paura della vita.

Il timore inconscio è più quello dell'incontro con la dimensione pulsionale.
Si tratta di un concetto sovversivo della Psicoanalisi: la paura rappresenta un punto di desiderio inconscio.

Gli attacchi di panico tendono ad evolvere favorevolmente, con dei miglioramenti rapidi, anche dopo pochissimi mesi. Non è tuttavia così raro venire ricontattati da un paziente, dopo qualche tempo.
La nuova domanda d'aiuto si smarca talvolta dal panico stesso e viene sovente centrata su un nuovo tipo di interrogazione circa la sessualità, le relazioni di coppia e l'amore.

Si guarisce dal panico.
Si guarisce dalla paura che il panico irrompa nuovamente nell'esistenza.
Se ne può guarire a condizione di cogliere la logica inconscia che esso stava a indicare.

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