Un figlio: dal sogno alla realtà... evitando bruschi risvegli

Articolo pubblicato il 23 Luglio 2014.
L'articolo "Un figlio: dal sogno alla realtà... evitando bruschi risvegli" tratta di: La Famiglia, Genitori Efficaci (Gordon), Figli e Rapporto di Coppia e Diventare Mamma.
Articolo scritto dalla Dott.ssa Vera Blasutti.

Ricordate la scena del film "L'ultimo bacio" in cui Accorsi viene indottrinato dal già padre Pasotti sull'incubo che è diventare genitore?
Ebbene queste sono le parole con cui Pasotti descrive l'esperienza:

«Ogni due ore ti svegli che piange, perché va allattato, cambiato, riaddormentato. E quanto lo culli? Dai dieci ai quaranta minuti.
Se poi ha l'aria nello stomaco ci puoi mettere anche un'ora.
Poi quando sei riuscito a riaddormentarlo ha di nuovo fame e devi ri-iniziare tutto da capo! E questa è la situazione! Oh, non lo dico per spaventarti!
È che devi essere ben cosciente che fra sei mesi ti ritrovi vecchio di un botto! E quando ti chiederai se c'è un modo per uscirne... e te lo chiederai... la risposta sarà no! Non ci sono vie d'uscita a parte la fuga!
».

Non si può negare che la nascita di un figlio sia un evento che sconvolge tutte le abitudini personali e di coppia.
Ci si può arrivare totalmente preparati? Personalmente non credo.
È un'esperienza che porta con sé una quota di imprevisto e imprevedibile. Dalle fattezze del bambino alle sue modalità comportamentali.
Tuttavia arrivarci totalmente impreparati è deleterio.

E allora cosa ci può rendere almeno un po' preparati a diventare genitori?

1. Sentire desiderio di maternità/paternità e sviscerarlo

Molti raccontano di aver sempre avuto il desiderio di avere un figlio.
Altri di aver sentito a un certo punto che questo desiderio, prima sconosciuto, iniziava a prendere spazio nella mente.
È bene però differenziare tra un desiderio infantile e immaturo da uno ponderato e consapevole.

Come si immagina questo bimbo/a?
Come si immagina se stessi in relazione a questa nuova esperienza?
Quali sono le risorse personali su cui si può contare e quali i limiti?
C'è una rete sociale di sostegno (amici, nonni...) su cui fare affidamento?

Alcune persone restano su un piano di immaginazione molto romantico ed edulcorato, immaginano un bambino bellissimo che arriva e riempie di gioia la propria vita. Ma non vanno oltre. E si trovano impreparati alla prima difficoltà. Non entrare nei dettagli dell'immaginazione, nella concretezza della quotidianità può essere fuorviante.

Il bambino bellissimo sarà anche quello che fa i propri bisogni più volte al giorno, quello che piangerà, quello che non capiremo nel primo periodo, quello che non dormirà...
Una mamma racconta: «Mio marito adora il bambino, ma solo se mangia e dorme. Per lui è un cicciobello. Guai però se piange e fa la cacca».

2. Sapere cosa significa accudire, non pensare solo a sé

Non si tratta a mio avviso di aver personalmente accudito dei bambini, quanto piuttosto di aver avuto modo di conoscere il mondo infantile attraverso amici, parenti, film, letture, insomma aver fatto dei pensieri su chi è un neonato e aver captato quali possono essere le sue necessità, aver sperimentato la differenza tra pensare solo a sé e pensare anche a qualcun altro, mettendolo al primo posto.

L'esperienza, personale o per interposta persona (esperienza vicaria), aumenta la nostra autoefficacia e ci permette di sentirci all'altezza nelle situazioni nuove, piuttosto che cadere in pensieri autosvalutanti e ansiogeni ("Ce la farò? Sarò capace?").
Capiamoci bene: ogni mamma e ogni papà avranno dei momenti in cui non si sentiranno capaci o penseranno di non farcela, ma si tratta di momenti passeggeri. Se invece queste modalità si protraggono nel tempo, siamo di fronte a un problema.

Passare da un'esperienza di profonda libertà a una di accudimento, come ad esempio succede a chi, da single, in breve tempo si trova a "metter su famiglia", mette a dura prova la capacità di adattamento.

I passaggi da individuo a coppia e poi a coppia genitoriale dovrebbero essere graduali, per permetterci di "addomesticarci".
Più la coppia è stabile e più riuscirà a reggere i momenti difficili.

3. Valorizzare le proprie capacità e compensare i limiti

Nessuno è nato genitore perfetto e nessuno, nonostante libri, corsi per genitori o esperienza pluriennale, lo diventa. Ma ciascuno di noi può dare molto. Mamma e papà, fin da subito, possono rendere le proprie differenze nell'affrontare quest'esperienza un vantaggio anziché un problema.
In internet ho guardato dei video interessanti realizzati da Alberto Pellai e Barbara Tamborini: "I papà vengono da Marte le mamme da Venere" (dal libro omonimo). Ci fanno capire quante differenze intercorrano tra il modo di pensare maschile e quello femminile.

Mamma e papà: le differenze
La mamma ha ovviamente un rapporto privilegiato con il nascituro: lo sente muoversi dentro di sé, sente che ha il singhiozzo, si rende conto delle trasformazioni. Il papà fa più fatica e può sentirsi anche escluso da questo legame stretto e unico che c'è tra la mamma e il bambino. Può anche capitare che il papà non se la senta di toccare la pancia della compagna, per paura di farle male o per paura dell'emotività che questo può scatenare.

La mamma legge i manuali, il papà scherza con il bambino dentro il pancione. La mamma sogna la cameretta rosa, il papà costruisce la culla di legno con le proprie mani. Essere diversi non è un problema.
Le aspettative però devono tenere conto di queste differenze. Quindi...

Avere fiducia in sé, nel proprio partner, nel contesto in cui si vive è un buon punto di partenza. Se tutto questo manca, datevi ancora un po' di tempo e lavorate su voi stessi.
Non c'è solo l'orologio biologico, ma anche il tempo psicologico.

Libri consigliati
  • Gianni Biondillo, Severino Colombo, "Manuale di sopravvivenza del padre contemporaneo", Guanda
  • Alberto Pellai, "Nella pancia del papà. Padre e figlio: una relazione emotiva", Franco Angeli
  • Alberto Pellai, Barbara Tamborini, "I papà vengono da Marte, le mamme da Venere", De Agostini

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